Il polesine, da “area tangente lo sviluppo” a laboratorio per comunità inclusive

di Francesco Musco*, Denis Maragno**, Giovanni Litt*** e Giorgia Businaro****

Introduzione

Il territorio del Polesine – corrispondente alla Provincia di Rovigo, nel Veneto Meridionale – è caratterizzato da condizioni di relativa marginalità rispetto alle aree centrali della regione e da cronica arretratezza dal punto di vista economico, sociale e culturale. Il Basso Veneto è un territorio da sempre escluso dai maggiori processi di modernizzazione, tanto da essere definito “area tangente lo sviluppo” (Scalco L. Storia Economica del Polesine, Minelliana Ed., Rovigo, 2004) e per lungo tempo “area depressa”, che necessita di significativi interventi del Governo centrale. La Zona Economica Speciale (ZES) per il Medio e Alto Polesine, è oggi all’attenzione del competente Ministero.

Il differente sviluppo dell’area Sud del Veneto è evidente sul piano economico, ma ancor più sul piano dell’innovazione sociale. In questi territori si assiste ad un appiattimento su modelli e pratiche tradizionali, limitate al rispetto delle indicazioni di legge, ad esempio dal punto di vista della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

Con il progetto “LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive” (d’ora in poi anche denominato LUCI) (https://urbanlabluci.it/), promosso da una ricca rete di Enti del Terzo Settore e sviluppato in partnership con diverse amministrazioni comunali delle Provincie di Rovigo e Venezia, si sono generate, tramite patti collaborativi orizzontali, azioni di politica locale che, grazie al coinvolgimento diretto dei cittadini, possono contribuire a far fronte alle sempre più stringenti limitazioni dei bilanci pubblici e a riallacciare un rapporto virtuoso tra Pubblica Amministrazione e cittadinanza in un’ottica di co-programmazione, coprogettazione, in applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale.

Lo stesso processo collaborativo è stato utile a validare i dati scientifici relativi agli impatti dei cambiamenti climatici con le percezioni degli abitanti. Ciò ha consentito di favorire una presa di coscienza collettiva del mondo politico, amministrativo, economico e della cittadinanza sull’urgenza di agire per l’adattamento delle comunità e dei territori agli effetti dei cambiamenti climatici: proprio questi richiedono un differente approccio e un rafforzato coinvolgimento delle comunità quali soggetti direttamente interessati in particolare nei contesti urbani.

Il progetto ha sviluppato azioni concrete e proposte di politiche pubbliche, come lo sviluppo di un’apposita Strategia di Area Vasta elaborata con il coinvolgimento attivo di tutti gli attori locali per la pianificazione di territori più resilienti e climate-proof; un “Regolamento per la partecipazione nel governo e nella cura dei Beni Comuni”; un’“Agenda del territorio” per supportare le Amministrazioni Locali nel percorso di attivazione delle comunità, di coprogettazione e nella stipula di patti di collaborazione per la gestione dei beni comuni.

L’incremento delle conoscenze su questi temi è stato supportato da specifici percorsi formativi dedicati ad amministratori pubblici, tecnici e liberi professionisti relativamente al tema della progettazione collettiva, del design for all, del climate-proof planning.

Il progetto LUCI, con casi applicativi e produzioni teoriche, dimostra la necessità di un coinvolgimento attivo e ampio nelle decisioni pubbliche al fine di far emergere, una volta di più, l’importanza della collaborazione, in una società contemporanea che si trova di fronte alla sfida di cercare soluzioni a varie problematiche – sociali, ambientali ed economiche – in modo articolato, trasversale e aperto, creando alleanze di volta in volta differenti con i diversi attori delle comunità.

Obiettivi del progetto “LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive”

“LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive” mira a dimostrare come progetti puntuali su Beni Comuni urbani possano diventare, se messi a sistema, il motore di processi di rigenerazione urbana e sociale generati dal basso, a partire dalle percezioni, dalle esigenze e dalle proposte dei cittadini. Per questo motivo esso ha voluto codificare un metodo di lavoro e fornire a decisori politici e tecnici delle linee guida per avvicinare gli Enti Locali all’adozione di strumenti amministrativi volti a favorire la collaborazione tra cittadini e amministrazioni per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei beni comuni.

Traendo ispirazione da due Sustainable Development Goals “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili” (SDG #11) e “Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere gli effetti del cambiamento climatico” (SDG #13), LUCI ha voluto, da un lato, promuovere presso cittadini e amministrazioni la cultura e la pratica della partecipazione civica alle decisioni in materia di governo del territorio e la cura condivisa dei Beni Comuni urbani e, dall’altro, sviluppare in modo partecipativo una strategia di area vasta per l’adattamento delle comunità ai cambiamenti climatici.

I Beni Comuni, in questo contesto, sono visti come driver per la rigenerazione urbana e sociale delle città per il perseguimento di adeguati livelli di benessere.

Metodo e sviluppo del progetto

Partendo dal presupposto che i Patti di Collaborazione, e dunque progetti di cura e gestione collaborativa di Beni Comuni e spazi pubblici, debbano necessariamente essere basati su un rapporto paritario tra amministrazione e cittadini, garantendo una reale condivisione nell’amministrazione della cosa pubblica e nella gestione del territorio, il progetto ha voluto approfondire l’importanza di indagare opinioni, percezioni e conoscenze di cittadini e city users al fine di integrare i classici quadri conoscitivi a disposizione di pianificatori e decisori politici. 

LUCI ha definito un approccio modulato su tre target principali – decisori politici, tecnici, cittadini – che potesse avviare un confronto paritario sulla città e su una serie di interventi puntuali ritenuti prioritari per innescare fenomeni di rigenerazione di porzioni importanti del contesto urbano, prendendo avvio, appunto, dalle proposte di abitanti e city users. 

Il progetto è riassumibile in tre macro-fasi: 

  1. 1) sensibilizzazione dei decisori politici, avvenuta con incontri pubblici e privati;
  2. 2) formazione e aggiornamento di tecnici e pianificatori due cicli formativi per un totale di dieci incontri;
  3. 3) coinvolgimento degli stakeholders e cooperazione con i cittadini.ù

Il metodo di lavoro si avvale di strumenti – percorsi formativi, mappatura delle pratiche di cura esistenti, censimento dei Beni Comuni, indagini on line e off line riguardo le percezioni degli abitanti, Linee Guida per i Comuni – facilmente esportabili e adattabili a contesti di diversa tipologia e dimensione demografica e territoriale.

Il metodo di lavoro proposto si concretizza in cinque fasi operative: 

  1. mappatura di esperienze e pratiche di cura e gestione collettiva di beni comuni;
  2. censimento e mappatura dei beni comuni urbani;
  3. raccolta e sistematizzazione delle percezioni e delle opinioni di abitanti e city users;
  4. localizzazione e ponderazione delle proposte di miglioramento avanzate dai cittadini;
  5. classificazione delle proposte stesse in ambiti di intervento.

Questa base di conoscenze, generata dai contributi volontari dei fruitori degli spazi urbani, risulta propedeutica alla definizione di programmi di intervento basati in via prioritaria sul confronto e sulla collaborazione paritaria tra ente pubblico e cittadini. Allo stesso tempo, il medesimo approccio collaborativo, flessibile e dinamico, basato sulla centralità dei Beni Comuni è stato adattato al fine di sostenere e agevolare politiche locali di più ampio respiro, integrando il contributo di tutti gli attori in gioco, dai cosiddetti “portatori di interessi” a quei soggetti i cui interessi possono essere latenti, non ancora esplicitati o, addirittura, non ancora percepiti.

Partendo dall’identificazione di quali siano i luoghi, gli spazi urbani, gli edifici ritenuti ‘Beni Comuni’ dai cittadini, ne sono stati indagati punti di forza e di debolezza, opportunità e criticità, arricchendo i quadri conoscitivi ordinari con le indicazioni raccolte attraverso momenti di incontro e confronto, workshop, passeggiate urbane, web-tool (Figura 1) alla portata di tutti. Tutto questo per consentire ai decisori tecnici e politici di ideare interventi volti a migliorare le condizioni dei beni e dei luoghi di interesse collettivo con interventi puntuali che, se messi a sistema, possono generare importanti ricadute sull’intero contesto urbano.

  

Figura 1 – Il web-tool sviluppata dall’Università Iuav di Venezia – Planning & Climate Change LAB per la mappatura partecipata dei Beni Comuni del Polesine

Ma la rigenerazione di spazi urbani non è solo un’operazione fisica su un determinato luogo: un Bene Comune, per vivere ed esplicare la sua azione sociale, ha bisogno di azioni di cura, gestione e valorizzazione che possono donare valore aggiunto per la comunità locale solo se realizzate in un contesto di collaborazione tra istituzioni e cittadini, in forma singola e associata. Ecco perché, nell’ambito del progetto LUCI, si è ritenuto utile proporre delle Linee Guida per accompagnare amministratori, tecnici e cittadini in un percorso di condivisione che possa portare all’adozione del “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e Amministrazioni per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei beni comuni urbani” fondando su basi paritarie un nuovo rapporto con la cittadinanza, i comitati, le associazioni presenti sul territorio.

A tal fine lo studio propone sei fasi, codificate nelle Linee Guida descritte alla fine del quinto capitolo: 

  1. ricognizione dei portatori di interessi; 
  2. ricognizione/censimento/mappatura dei Beni Comuni locali;
  3. istituzione del Tavolo di Lavoro;
  4. approvazione del Regolamento in Consiglio Comunale;
  5. comunicazione e partecipazione;
  6. sperimentazione e reindirizzamento.

Un percorso ciclico e dinamico, caratterizzato da continui innesti, aperto e mai definitivo in quanto arricchito da nuovi contributi e plasmato in base alle esigenze, attitudini, capacità e sensibilità della comunità che dovrà tradurlo in azioni concrete.

Questo metodo di lavoro è stato sperimentato e testato nella piccola realtà urbana di Rovigo grazie a “LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive”, volendo dimostrare come sia possibile ideare programmi di rigenerazione urbana partendo dalle percezioni e dai desideri dei cittadini in relazione ai Beni Comuni.

Il progetto ha anche voluto intensificare la coscienza e la conoscenza sul tema dei cambiamenti climatici sfruttando momenti di partecipazione per indirizzare le scelte delle Amministrazioni Comunali con elementi di adattamento.

Gli esiti della mappatura dei Beni Comuni mostrata in precedenza, anche grazie alla crescente sensibilità e conoscenza del tema del mutamento del clima, ha, infatti, rilevato una forte attitudine da parte dei cittadini a voler agire in contrasto ai cambiamenti climatici anche come protezione e tutela di alcuni Beni Comuni.

Grazie al progetto è stata sviluppata un’apposita Strategia di Area Vasta verso territori più resilienti e climate-proof; questa è stata elaborata con il coinvolgimento attivo degli attori locali in un processo affiancato da specifici percorsi formativi dedicati ad amministratori pubblici, tecnici e liberi professionisti.

Per il territorio in oggetto sono stati selezionati, attraverso un processo decisionale partecipativo volto ad indagare le priorità dei cittadini, due impatti principali: l’Urban Heat Island e il Run-off. 

Gli impatti del cambiamento climatico si traducono nella minaccia – o nelle minacce – avvertite in uno specifico territorio, esito della relazione tra clima, caratteristiche morfologiche del tessuto urbano e funzioni urbane. È per questo motivo che le azioni di adattamento devono essere specificamente studiate per un determinato territorio in base agli impatti, siano essi shock – intesi come quegli eventi singoli, differenziati per territorio, sporadici, che affliggono in maniera più pensante ed emergenziale il territorio (ad esempio un grossa tromba d’aria, un attentato terroristico, un terremoto, ecc.) – o stress – condizioni stabilizzate in quello specifico territorio (allagamenti urbani, ondate di calore, vento forte, ecc.).

Nel proprio rapporto del 2014, l’IPCC utilizza il termine “impatto” principalmente in riferimento agli effetti sui sistemi naturali e umani causati da eventi climatici e meteorologici estremi. Ciò valuta, quindi, le conseguenze che il mutamento climatico ha sulla salute, sui mezzi di sussistenza, sugli ecosistemi, sulle economie, sulle società, sui servizi e sulle infrastrutture.

La variabile climatica si differenzia conseguentemente alla disposizione geografica del territorio oggetto di studio, della sua altitudine e vicinanza col mare. L’impatto climatico urbano è esito delle variabili hazard (inteso come il potenziale verificarsi di un evento fisico che può causare la perdita di vite umane, lesioni o altri effetti sulla salute, nonché danni e perdita di proprietà, infrastrutture, mezzi di sussistenza, prestazione di servizi, ecosistemi e risorse ambientali) e città – quest’ultimo determinato dalla forma urbana, dai materiali, dai servizi ecosistemici presenti e dalle variabili socio-economiche. Impatti possibili sono, ad esempio, aumento delle temperature, aumento della temperatura media dell’acqua, vento intenso, desertificazione, allagamenti, scioglimento dei ghiacciai, ecc. 

L’analisi effettuata dal Planning & Climate Change Lab dell’Università Iuav di Venezia (http://www.planningclimatechange.org) ha portato alla definizione:

  1. 1)del Vegetation Health Index – l’intensità della siccità e la sua estensione spaziale (Bento et al. 2018; Cunha et al. 2019; Tripathi et al. 2013) calcolato utilizzando immagini satellitari Landsat 8 e basandosi sulla risposta della vegetazione, sia forestale che agricola, riferita a stress di natura termica o a variazioni di umidità nel suolo.
  1. 2)della stima del run-off superficiale, con un modello di simulazione della dinamica ‘afflussi-deflussi’ (Ungaro et al. 2014; Pistocchi 2017) grazie a un apposito modello statistico – sviluppato in ambiente GIS – capace di clusterizzare le dinamiche di deflusso superficiale nelle diverse categorie di uso del suolo (agricolo; urbano residenziale e industriale; boschivo; umido e semi-naturale) mediante l’utilizzo delle funzioni di direzione (FlowDir) ed accumulo (FlowAcc) calcolate a scala di bacino idrogeologico.

Per adattare un territorio al cambiamento climatico, quindi, oltre a identificare gli hazard e i potenziali impatti per una specifica area, è necessario saper indagare e comprendere quali zone risultino essere meno resilienti all’impatto, al fine di costruire e indirizzare le misure appropriate a diminuirne la vulnerabilità.

Conclusioni

Il processo attivato dal progetto LUCI e descritto sino ad ora ha portato: 1) alla mappatura del Beni Comuni nel Polesine; 2) alla valutazione della vulnerabilità per quanto riguarda le ondate di calore e l’allagamento urbano; 3) alla percezione dei cittadini e le indicazioni sulle strategie da adottare per il territorio in esame con una particolare attenzione per le strategie per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Si proporrà in futuro un metodo per sovrapporre i Beni Comuni mappati con la vulnerabilità, per definire l’esposizione al rischio che questi Beni hanno. Assumendo l’esposizione come la presenza di persone, beni vitali, specie o ecosistemi, servizi ecosistemici, servizi e risorse, infrastrutture, beni economici, sociali o culturali in luoghi e ambienti che potrebbero essere lesi, è stato scelto, per gli impatti selezionati come prioritari – Urban Heat Island e Urban run-off -, di sovrapporre la presenza di questa vulnerabilità con i Beni Comuni sul territorio. Si farà questo poiché il rischio deriva dall’interazione della vulnerabilità del sistema interessato, dalla sua esposizione nel tempo al pericolo, nonché dal pericolo climatico e dalla probabilità del suo verificarsi.

La difesa dei Beni Comuni e la loro presa in carico da parte degli stakeholders tramite Patti di Collaborazione potrà così essere indirizzata verso quelle aree che più si è verificato essere esposte ai cambiamenti climatici.

Dunque, seguendo il metodo indicato da LUCI, le Amministrazioni Comunali coinvolte potranno dare vita a delle trasformazioni urbane specifiche che tengano insieme tutte le variabili indicate (localizzazione dei Beni Comuni, vulnerabilità agli impatti considerati ed esposizione) permettendo alle amministrazioni coinvolte di progettare spazi urbani capaci sia di rispondere all’esigenza di adattamento ai cambiamenti climatici, così come di coinvolgere i cittadini attivando pratiche di cura condivisa dei Beni Comuni come indicato dall’apposito Regolamento prodotto.

In virtù della sua natura dinamica e mutevole, il rapporto di cooperazione tra Comuni e cittadini per la cura e la gestione dei Beni Comuni, concretizzato in Patti di Collaborazione, si presta ad ulteriori ricerche volte a valutare e stimare gli impatti sociali e territoriali generati dalla messa in rete di molteplici interventi puntuali. È, questo, unitamente all’approfondimento di tecniche e metodologie per l’integrazione delle percezioni dei cittadini nella strutturazione dei tradizionali strumenti urbanistici, un filone di ricerca che si è arricchito, negli ultimi mesi, di inedite sfumature, determinate dalla sperimentazione di condizioni di isolamento personale e di blocco di molti settori – produttivo, commerciale, sociale, culturale, scolastico, ecc -, dovute alla diffusione mondiale del virus Covid19. Come evolveranno i nuclei urbani per far fronte al contenimento di epidemie di diversa natura? Come si adegueranno i servizi pubblici alle nuove esigenze di distanziamento e come si coniugheranno con le esigenze dei cittadini? Come cambierà la percezione e l’uso dello spazio pubblico in città? Come questo ingloberà sempre di più l’adattamento ai cambiamenti climatici? Si tratta di scenari inediti, che aprono a studi e sperimentazioni che potranno cambiare il volto delle nostre città e le abitudini quotidiane di miliardi di persone nel mondo. In questo contesto è auspicabile che i Beni Comuni e un maggior coinvolgimento della cittadinanza – di ogni fascia di età – nella definizione delle strategie e degli indirizzi, possano porsi alla base di una nuova stagione di pianificazione urbana.

Note

*   Dipartimento di Culture del Progetto, Università Iuav di Venezia, francesco.musco@iuav.it

**   Dipartimento di Culture del Progetto, Università Iuav di Venezia, denis.maragno@iuav.it

***   Dipartimento di Culture del Progetto, Università Iuav di Venezia, giovanni.litt@iuav.it

****   Dipartimento di Culture del Progetto, Università Iuav di Venezia, giorgia.businaro@gmail.com 

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