Le sfide della resilienza in un mondo che lo è poco

Il processo globale verso la Resilienza: le politiche globali

Negli anni, differenti Accordi hanno provato a scala planetaria o continentale a rispondere alle necessità esposte inizialmente e a cercare di riportare ad essere la Terra un sistema resiliente, senza essere però capaci di essere sufficientemente efficaci rispetto alle sfide poste.

Il primo atto di responsabilità internazionale è avvenuto nel 1987 con il Protocollo di Montreal in seguito a quando si scoprì, a cominciare dal 1982, che le macchine da raffreddamento – climatizzatori, frigoriferi, congelatori, deumidificatori aerosol, estintori – erano complici principali dell’assottigliamento dello strato di ozono dell’atmosfera terrestre con conseguenti e pesanti danni globali dovuti alla perdita dello schermo che ha lo scopo di bloccare le radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole la quali causano danni al DNA e all’RNA e provocano una diminuzione della capacità di fotosintesi delle piante. Si decise, così, di stipulare il Protocollo, lo strumento operativo dell’UNEP – il Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione di Vienna – “a favore della protezione dellozono stratosferico”. “Entrato in vigore nel gennaio 1989, ad oggi, è stato ratificato da 197 Paesi tra i quali l’Italia.” – nel dicembre 1988 – riuscendo a mettere in rete globale la ricerca, a favorire lo scambio e la comunicazione di dati tra differenti enti e l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo in unottica di cooperazione – con il Fondo Multilaterale Ozono finanziando “progetti di investimento, assistenza tecnica, formazione, capacity building, trasferimento tecnologico e riconversione industriale in 147 Paesi in Via di Sviluppo (definiti “Paesi Art. 5” ai sensi del Protocollo) -, ma soprattutto stabilendo i termini di scadenza entro cui le Parti firmatarie devono essersi adoperate per contenere la produzione e il consumo delle sostanze (halon, tetracloruro di carbonio, clorofluorocarburi, idroclofluorocarburi, tricloroetano, metilcloroformio, bromuro di metile, bromoclorometano) che danneggiano la fascia di ozono nella stratosfera con una progressione e definitiva eliminazione che ha portato al sostanziale blocco del suo aumento.

La sfida successiva crebbe all’inizio degli anni ‘90, quando era crescente tra la comunità scientifica, le organizzazioni non governative ambientaliste, i movimenti ambientalisti e i cittadini, la coscienza dell’impatto che l’attività umana, in particolare quella del Nord del Pianeta, ha sulla temperatura globale: in atmosfera si era infatti già arrivati a 3 milioni di megatonnellate (Mt) di CO2 delle quali

6.000 Mt di CO2 ogni anno immesse dall’uomo.

È nel 1992, quindi, tra il 3 e il 14 Giugno, a Rio de Janeiro, che si tiene la più grande conferenza della storia per numero di partecipanti sul tema dell’ambiente UNCED, United Nations Conference on Environment and Development. Questa ha avuto il merito di coinvolgere la più ampia, numerosa e aperta molteplicità di stakeholders avendone ben presente la capacità rivoluzionaria di coinvolgimento delle più disparate parti ognuna con una potenzialità di azione distinta: 183 Paesi rappresentati da oltre 10.000 delegati ufficiali, un centinaio capi di stato o di governo, 15.000 persone della società civile o rappresentanti di ONG o di movimenti ambientalisti, popolazioni indigene, indios, esperti ambientali, personaggi religiosi, industriali, indios, per un totale di quasi 30.000 persone da tutto il Mondo al fine di ridisegnare lo sviluppo del Pianeta in ottica sostenibile e ribaltare il tradizionale modello che aveva già provocato così tanto degrado ambientale e depauperamento delle risorse minando il futuro della Terra soprattutto a causa della parte sviluppata del Pianeta: l’Europa, il Nord America, ancora relativamente Cina e India. 

In un clima positivo con una speranza comune di cominciare a rispondere ai problemi globali con un impegno pianetario la conferenza analizzò in modo puntuale i modelli di produzione al fine di diminuire gli inquinanti prodotti; studiò le energie alternative verso un modello che superasse i combustibili di origine fossile e nuovi sistemi di mobilità già ritenute entrambe le parti maggiormente responsabili degli incipienti cambiamenti climatici e inquinamento dell’aria; la scarsità e l’impoverimento della qualità dell’acqua in particolare proprio per il Sud del Mondo; e poi, grazie al contributo di indigeni e Organizzazioni non governative si trattò finalmente di deforestazione, perdita di biodiversità terrestre e marina in una visione che voleva assicurare a tutti gli abitanti del Pianeta, presenti, ma soprattutto futuri, le medesime condizioni e gli stessi benefici che naturalmente traiamo dai servizi ecosistemici.

Il Summit ha infine prodotto differenti e validi documenti ciascuno con un’incipiente ottica resiliente: la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e sullo sviluppo – per instaurare una nuova ed equa partnership globale, attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i settori chiave della società ed i popoli, sostenendo la creazione di accordi internazionali che rispettino gli interessi di tutti e tutelino l’integrità del sistema globale dell’ambiente e dello sviluppo per garantire a tutti gli abitanti della Terra presenti e futuri una vita degna e in equilibrio con l’ambiente e procedere verso uno sviluppo sostenibile che non prescinda dallo sviluppo tecnologico e sociale e un miglioramento collettivo delle condizioni di vita – lAgenda 21– la pianificazione delle azioni da costituirsi a livello globale, nazionale, ma soprattutto locale laddove l’uomo impatta sull’ambiente per rispondere alle problematiche ambientali, sociali ed economiche cui l’umanità sarebbe andata in contro. -, la Convenzione sulla diversità biologica – per la conservazione e la protezione della diversità biologica non solo come baluardo della natura, ma consapevoli che l’uso sostenibile delle sue componenti e l’equa ed equilibrata compartecipazione ai benefici delle risorse genetiche e dei servizi ecosistemici è essenziale per tutelare progresso sociale, ma anche economico -, i Principi sulle foreste – per promuovere azioni e pianificazione per la salvaguardia e la gestione sostenibile e a lungo raggio del patrimonio forestale – e la definizione della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici UNFCCC – un Trattato non legalmente vincolante che propone alle Parti la sottoscrizione di protocolli successivi che avrebbero posto limiti alle emissioni di gas corresponsabili dell’effetto serra che entrò in vigore il 21 marzo 1994 attraverso incontri successivi denominati Conferenze della Parti.

La Conferenza è stato un primo barlume di speranza verso una società capace di non alterare il clima terrestre e consapevole che la tutela dell’ambiente è necessaria per ripararsi da futuri sconvolgimenti di ogni sorta; l’insieme degli strumenti, non legalmente vincolanti e senza impegni economici concreti né, diversamente dal Protocollo di Montreal, impegni allo sviluppo ai Paesi più in difficoltà economica, hanno creato pochi risultati concreti se non di comunicazione e sensibilizzazione verso il raggiungimento della “stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”, come prefissato.

Come detto, per andare verso una definizione di azioni vincolanti per i Paesi per ridurre l’emissione di gas climalteranti, si tenne nel 1997 la conferenza verso il Protocollo di Kyoto. L’impegno dei Paesi era ridurre l’immissione in atmosfera

di questi gas di almeno il 5% e dell’8% per i Paesi membri dell’Unione Europea, rispetto ai livelli del 1990 tra il 2008 e il 2012 per ridurre quelle 6.000 Mt di CO2 emessa ogni anno a 5.850 Mt di CO2/anno.

Questa volta si intuì l’importanza dei fattori economici, istituendo il Clean Development Mechanism (CDM) – i Paesi industrializzati possono sviluppare progetti in quelli in via di sviluppo, che creano così lì sviluppo economico e miglioramento delle condizioni sociali nonché riducono le emissioni di gas serra generando crediti di emissione (CER) per i Paesi industrializzati paganti.

Ciò serve a ridurre quanto più le emissioni con minor costi. – il Joint Implementation (JI) -i Paesi industrializzati sviluppano progetti per la diminuzione delle emissioni di gas serra in uno degli altri Paesi industrializzati ottenendone congiuntamente dei crediti – e lEmissions Trading (ET) – i Paesi industrializzati, avendo superato i propri obiettivi di riduzione delle emissioni prefissati per le proprie competenze, possono scambiare diritti di emissione con un Paese che non sia stato capace di raggiungere i propri obiettivi.

Considerata la soglia limite di 450 ppm, la risposta internazionale alla crescente richiesta di azione da parte della società civile è stata ritentata, dopo 20 Conferenze delle Parti, dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015, a Parigi, quando si è svolta la COP21, la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) al fine di negoziare e stipulare lAccordo di Parigi che avrebbe creato impegni cogenti per la riduzione dei cambiamenti climatici. Il testo finale, approvato dalle 195 Parti partecipanti – trai quali i principali emettitori: Europa, USA, India, Cina – dichiarò: la necessità e l’impegno a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e di implementare le azioni per limitare questo aumento a soli 1,5° C,

La volontà di incrementare la capacità di adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici e andando verso uno sviluppo economico e sociale resiliente, sempre più carboon free e l’indirizzare i flussi finanziari verso uno sviluppo a basse emissioni di gas ad effetto serra e resiliente al clima.

L’insufficienza delle politiche globali

Gli avvertimenti non sono mancati da 50 anni a questa parte, la ricerca di soluzioni nemmeno, ma il destino sembra quello di Leonia, la prima de Le città Continue ne Le città invisibili di Italo Calvino, che pare non accorgersi che in un Mondo finito le risorse, come lo spazio, non possono essere infiniti, proseguendo con atteggiamenti simili a quelli che denuncia Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sì, l’importante documento che il Papa ha pubblicato a pochi mesi proprio dalla Conferenza sul Clima di Parigi: “quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati.”

Con questo scopo l’Enciclica, come detto pubblicata a pochi giorni dall’Accordo di Parigi proprio per darne un importante sostegno e sprone al rischio di stallo, – un appello a credenti e non credenti – vuole essere spinta per la “ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale” dell’umanità visto che “…abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”. Per il pontefice con una “attività incontrollata dell’essere umano” e “uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”.

Serve dunque un cambiamento repentino e totale nell’approccio al Pianeta e “un mutamento radicale nella condotta dell’umanità” per essere da un lato più in sintonia con l’ambiente, ma anche per progredire economicamente, social– mente, moralmente, ambiti che non possono più essere considerati separatamente, ma che vanno intesi come l’uno collegato all’altro.

Il protocollo di Kyoto è stato, dal punto di vista degli obiettivi ambientali, poco efficacie: Usa, India e Cina non l’hanno ratificato rendendolo politicamente irrilevante, le emissioni di gas serra dovevano essere ridotte del 5% nel periodo 20082012 rispetto all’anno base 1990, ma la crescita di CO2 tra il 1990 e il 2008 è cresciuta del 41%, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è arrivata a 410 ppm nel 2016 – “il livello più alto da due milioni di anni”, un “superamento da considerarsi stabile, che rimarrà tale almeno per i prossimi decenni; questa concentrazione così elevata, e del tutto inedita nella storia dell’uomo, di anidride carbonica nell’aria sta già producendo danni ambientali, sociali, economici di vasta portata: innalzamento della temperatura media terrestre e del livello di mari ed oceani, scioglimento dei ghiacciai, moltiplicazione dei fenomeni metereologici estremi, inaridimento e desertificazione di terre che erano fertili, migrazioni ambientali che vedono decine di milioni di donne e di uomini costretti ad abbandonare i loro luoghi di vita e di lavoro per mancanza di cibo ed acqua

Gli Accordi suddetti molto hanno fatto per aumentare la consapevolezza sui rischi derivanti dagli stravolgimenti del contesto climatico, ma la non obbligatorietà degli strumenti, la poca persuasione e convenienza del mondo privato ad effettuare una transizione ecologica delle produzioni, hanno sostanzialmente annullato le buone intenzioni dei suddetti.

Inoltre, questi, pur in una logica di mitigazione dei cambiamenti climatici, non affrontavano a sufficienza, anche a causa della esigua conoscenza della materia e forse, a volte, dellottimismo e nella speranza che fosse sufficiente quanto contenuto negli Accordi, i necessari adattamenti con cui le Città e le nazioni avrebbero dovuto attrezzarsi, né collegavano sufficientemente i benefici ambientali e di conservazione degli ecosistemi ai benefici economici, magari a lungo corso, che sono conseguenti; queste condizioni, insieme alla crescita esponenziale delle produzioni e dei consumi dei Paesi in via di Sviluppo, che meno tra tutti avevano le possibilità di svilupparsi in armonia con l’ambiente e rispettando i vincoli contenuti negli accordi, hanno portato il Mondo a una sostanziale imperturbabilità rispetto ai tanti sforzi.

Nel 2016, difatti, l’aumento medio di temperatura globale sulla terraferma e sulla superficie oceanica si è calcolata essere in 0,94 C° superiore alla media del XX secolo e le proiezioni non sembrano essere magnanime per il futuro. In definitiva, la totalità delle politiche globali attuate, pur facendo progredire di non poco le tecnologie sostenibili, le conoscenze, la qualità delle produzioni delle parti più ricche e avanzate del Pianeta, hanno sostanzialmente fallito i loro intenti di lenire gli effetti dell’azione dell’uomo sul clima.

A dirlo è anche il Rapporto 2016 del World Economic Forum che pone al primo posto il fallimento delle politiche di mitigazione indicando l’esigenza di avviare nuove politiche di adattamento al cambiamento climatico che non siano separate “dai temi sociali ed economici di portata globale, ma rilevanti anche a scala locale”: la resilienza.

Il contributo verso la strada della resilienza dei Trattati e degli Accordi sopra esaminati è stata principalmente l’archiviazione di pratiche top-down che poco stimolavano l’innovazione e il miglioramento dei processi e avente un problema nella reversibilità delle tecniche introdotte allo scadere dei contratti, in relazione all’opportunismo che caratterizza la scelta degli schemi, per passare a un approccio bottom-up negoziale e coinvolgente che facilita i processi di apprendimento a livello locale, garantisce un valore aggiunto che va oltre gli obiettivi degli specifici schemi, consolidando le reti tecniche, amministrative e sociali.

Gli accordi, però, non vincolanti e basati sulla fiducia e le sanzioni morali, indeboliscono l’efficacia e l’influenza dei cittadini e delle organizzazioni ambientali a tendere verso nuove e implementate norme e “gran parte della letteratura riconosce che essi hanno più probabilità di essere efficaci proprio quando sono utilizzati come elemento di un pacchetto più complesso di misure di politica in cui non si esclude l’uso di strumenti command-control.”

Erano altresì frutto di un mondo in forte crescita, dunque era normale cercare di affiancare allo sviluppo economico e materiale della società solamente il concetto della sostenibilità.

Come visto, questo mondo non c’è più dunque la sostenibilità dei processi va accompagnata alla resilienza dei territori e dei metodi, consci che, come recita l’ultimo libro del climatologo Mercalli, Non c’è più tempo perché “è tutto troppo lento e troppo in ritardo, non serve che ci nascondiamo dietro episodici successi ambientali, certo edificanti e ammirevoli finché si vuole, ma ancora annullati dalla schiacciante enormità del sistema business as usual che li sovrasta e procede senza freni.”

Società tuttora poco resiliente

Le società, le città, le case, in linea di massima gli atteggiamenti che abbiamo, sono tendenzialmente per nulla resilienti. Gli sforzi di cui prima hanno sì indirizzato il mondo verso la sostenibilità o la sua idealizzazione, ma non abituato le società, le infrastrutture, i luoghi di lavoro, le Città, a costruire e pianificare la loro resilienza per essere pronti ad affrontare i problemi con innovazione.

La consapevolezza dei cittadini, la comunicazione dei vantaggi che si potrebbero trarre alle aziende, è necessaria per raggiungere questi obiettivi radicali che la resilienza si pone: vuole dire ridurre le emissioni, cambiare le abitudini, mutare il modello socio-economico, e questo si può fare solo personalmente – capendo che, come dice il professore del Politecnico di Milano Paolo Pileri, “gettare via cibo dalle nostre case, significa toglierlo di bocca a un contadino senegalese, che mangiare biscotti all’olio di palma significa contribuire alla distruzione di ettari di foresta malese”, che buttare una bottiglia di plastica in mare vuole dire inspessire la Great Pacific Garbage Patch, l’Isola di plastica del Pacifico formatasi in corrispondenza del vortice oceanico subtropicale del Pacifico del Nord grande dai 700.000 km² fino ai 10 milioni di km², che “smartphone, laptop e fotocamere digitali sono costruiti con minerali che sembra riforniscano le grandi uccisioni di massa e gli stupri in Congo” – e insieme collaborando, rendendo le comunità più coese e vissute. Insomma, una resilienza che deve saper essere collettiva, ma anche individuale.

Perché la resilienza non può limitarsi a convertire quanto attualmente viene fatto e programmato a più sostenibile ed efficiente: è prima di tutto una sfida a creare modi innovativi di vivere la comunità, affrontare i problemi, pensare l’economia, relazionarsi con la natura trasformando i rischi in opportunità. Si palesa dunque la necessità di abituarsi ad innovarsi e accettare positivamente le sfide con creatività.

L’umanità è di fronte ad una nuova guerra. Contro sé stessa. Occorre un cambiamento profondo delle nostre società. Se non agiamo immediatamente, già nel 2040 potremmo aver perduto la battaglia”: il tempo per cambiare è ora.

E c’è bisogno di una risposta che sia globale, sia in termini geografici che tematici, perché “La crisi del suolo, la crisi del clima, la crisi degli ecosistemi, delle migrazioni forzate, della fame, dell’inquinamento, la crisi agraria, lo sfaldamento dei territori e delle comunità, la crisi sanitaria e alimentare sono tutte profondamente interconnesse. […] La caratteristica essenziale di questo paradigma è vedere noi stessi e la vita non come parte del tutto, ma separati e isolati.”

Le questioni analizzate in precedenza sono note da molto, condivise nel mondo scientifico dai più – visto che oltre il “97% delle pubblicazioni scientifiche sul tema del cambiamento climatico converge affermativamente sulla sua realtà e origine antropica.” e “il 92% dei cittadini dell’UE consideri i cambiamenti climatici un problema grave, il 74% lo ritiene un problema molto grave, e quasi nove persone su dieci ritengono che sia importante che i governi nazionali fissino obiettivi per accrescere l’uso delle energie rinnovabili entro il 2030 (89%) e forniscano un sostegno per migliorare l’efficienza energetica entro il 2030 (88%) e la stragrande maggioranza (79%) degli intervistati si è anche dichiarata d’accordo sul fatto che occorrano più finanziamenti pubblici a favore della transizione verso energie pulite, anche se ciò significa ridurre le sovvenzioni ai combustibili fossili.”

La sensibilità, dunque, sul tema, è variegata e longeva, ma le politiche globali attuate e pensate non hanno mai prodotto i risultati sperati, facendoci continuare a vivere in città sotto i rischi del cambiamento climatico e in un modello economico sostanzialmente responsabile di tutti i disordini climatici e inadatto ad attivarsi per creare politiche resilienti.

E anche se queste politiche climatiche fossero di successo, un team di climatologi dell’Australian National University ha anche affermato che, anche nel caso nel quale riuscissimo a bloccare l’aumento della temperatura media globale entro i 2°C con interventi antropici, il clima terrestre continuerebbe comunque, fino a un assestamento, ad aumentare indipendentemente.

Ciò avverrebbe per un meccanismo secondo il quale, superate certe soglie dette tipping point, si creano reazioni a catena che fanno aumentare ancora di più la temperatura in un preoccupante effetto domino proprio per il fatto che, diversamente da quanto si pensa “Il cambiamento [climatico, nda] può essere improvviso e piuttosto estremo, e una volta che succede, diventa la nuova norma, a volte per un periodo lunghissimo.

Come molti sistemi complessi, il clima non è lineare: resta invariato per lungo tempo, finché all’improvviso non si raggiunge un “punto di svolta” e tutto il sistema acquisisce una nuova configurazione.”

La necessità, quindi, di preparare i luoghi che abitiamo ai cambiamenti climatici è, dunque, impellente e obbligatoria.

 
Giovanni Litt – IUAV Planning and Climate Change

 

 

1 UNEP Programma Ambientale delle Nazioni Unite, Protocollo di Montreal, 1987, Montreal
2 www.minambiente.it
3 UNCED, Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo, 1992, Rio de Janeiro 4 UNCED, Agenda 21, 1992, Rio de Janeiro
5 UNCED, Convenzione sulla diversità biologica, 1992, Rio de Janeiro
6 UNCED, Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici,
1992, Rio de Janeiro
7 Grasso M. E., Il mutamento cliamtico e il diritto alla salute, Franco Angeli Editore, Milano, 2012
8 ProtocollodiKyoto,ConvenzionequadrodelleNazioniUnitesuicambiamenticlimatici(UNFCCC),Kyoto,1997
9 Calvino I., Le città invisibili, Mondadori, Milano, 1993
10 Bergoglio J., Lettera Enciclica Laudato Sì del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Roma, 2015, p. 11
11 Edo Ronchi, Fondazione Sviluppo Sostenibile, 2009
12 Annalisa Corrado in Giorni Migliori, G. Civati, Imprimatur, Reggio Emilia, 2017
13 Nasa e l’Agenzia federale Usa per la meteorologia (Noaa), 2016
14 Rapporto 2016, World Economic Forum, Cologny, 2016
15 Città Metropolitana di Venezia, Verso il Piano Strategico Metropolitano,
Venezia, 2018
16 Arora&Cason,1996,Cavaliere,1998
17 Reho M., 2016
18 Mercalli L., Non c’è più tempo, come reagire agli allarmi ambientali, Giulio Einaudi editore, 2018, Torino
19 Pileri P., 2016
20 P. Mezzi e P. Pelizzaro, La città resiliente, Altreconomia, Milano, 2016, p.11
21 NicholasKristof,NewYorkTimes.2009
22 ShroffR.,Lecrisicheaffrontiamooggiaffondanoleradicinell’insostenibileproduzionedelnostrocibo, www.lifegate.it, 16.10.2018
23 diPaolaM.,Cambiamentoclimatico.Unapiccolaintroduzione,LUISS University Press, Milano,2015 24 Eurobarometro della CommissioneEuropea
25 Dyer G., Internazionale,05.2018

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