L’urgenza di nuove soluzioni in un mondo non resiliente

L’urgenza di nuove soluzioni in un mondo non resiliente

La prima denuncia di insostenibilità di questo modello di sviluppo avvenne addirittura nel 1972, quando il Club di Roma, presieduto e fondato nel 1968 da Aurelio Peccei ci avvertì de “I limiti dello Sviluppo”: continuando ai livelli di crescita e sfruttamento delle risorse naturali di quel tempo, entro qualche decennio dall’uscita del rapporto l’umanità si sarebbe scontrata con i limiti fisici del Pianeta; il rapporto avvisò contestualmente che si sarebbe potuta raggiungere una stabilità ecologica ed economica con uno sguardo sostenibile a lungo raggio solo considerando che ogni abitante della Terra vedesse soddisfatte le proprie necessità con il medesimo potenziale di un altro qualunque abitante del Pianeta.

La smentita non avvenne tardi, anzi, poiché, già nel 1971, l’anno precedente alla pubblicazione del report, questo successe: a partire dal 21 dicembre 1971 le risorse utilizzate da lì al 31 gennaio vennero rubate all’anno successivo. Da allora, quanto la Terra è in grado di ricreare, non è sufficiente per l’anno intero e ogni anno il cosiddetto Overshoot day arretra, per arrivare al 2021, quando questa data è stata il 29 luglio: ben centocinquantatre giorni nell’arco di un anno hanno fisicamente rubato il capitale naturale della Terra ai futuri abitanti del Pianeta.

E in generale, secondo il Living Planet Report 2014 del WWF, il nostro Pianeta è attualmente in eccessivo sfruttamento per il 50% circa delle risorse rinnovabili avendo inoltre ridotto del 28% la biodiversità globale da trent’anni a questa parte e avendo distrutto oltre tredici milioni di ettari di foreste vergini nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010: la sesta estinzione di massa della storia della Terra.

Proprio nel 2009, fu Thomas Friedman, editorialista del NewYork Times a sollecitarci chiedendosi “se la crisi del 2008 rappresentasse qualcosa di molto più radicale di una profonda depressione” e “se ci stesse dicendo che l’intero modello […] è semplicemente insostenibile economicamente ed ecologicamente e che il 2008 è stato quando abbiamo sbattuto contro il muro, quando Madre Natura e il mercato hanno entrambi detto: “basta così”?”

Viviamo, quindi, in un Mondo avendo sfruttato in un secolo più energia e materia di quanto fatto nel resto della presenza dell’uomo sulla Terra messa assieme. In particolare nelle città, che saranno sempre più al centro della vita dell’uomo in tutto il Pianeta e che necessitano di avere una visione olistica dei loro consumi: fare un passo indietro, tornando a logiche antiche, per fare due passi in avanti e studiare la richiesta di energia e risorse, sempre più in via di esaurimento.

Si pensi all’origine delle città, che nascevano solamente là dove le risorse erano più favorevoli e prossime – il fiume, il bosco, il terreno fertile ecc. – diversamente da ora, dove capita per esempio che Los Angeles sia a 250 miglia dalla sorgente Owens Valley e a 400 miglia dal fiume Sacramento –dove nulla, per differenti motivi – l’indigenza, la necessità, ma anche la cultura – era buttato, sprecato, considerato inutile.

Ulteriore segnale di insostenibilità venne dal premio Nobel per la chimica del 1995, Paul Crutzen, che ha coniato, nel 2000, il termine Antropocene – dal greco Anthropos, uomo, e Koinos, recente – al fine di definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre – ovvero la somma delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge e si sviluppa la vita –, a partire dalla prima rivoluzione industriale, è stato irrimediabilmente condizionato a scala globale dall’azione dell’uomo, “capace di spostare più materia di quanto facciano i vulcani e il vento messi assieme, di far degradare interi continenti, di alterare il ciclo dell’acqua, dell’azoto e del carbonio e di produrre l’impennata più brusca e marcata della quantità di gas serra in atmosfera degli ultimi 15 milioni di anni”.

Siamo definitivamente in questa nuova era geologica che nasce nellottocento, ma che dalla seconda metà del secolo scorso, precisamente dal 16 luglio 1945, quando nel deserto del Nuovo Messico fu fatta detonare la prima bomba atomica in modo sperimentale e successivamente sganciate in modo plateale a Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 Agosto 1945, “non si limita più a influenzare l’ambiente globale, ma ne decide le sorti” in modo palese e fulmineo, rendendo il Pianeta che ci ospita soggetto passivo e alla mercé delle intenzioni dell’umanità, sempre meno capace di autoregolare gli urti naturali come una volta faceva e apportando alterazioni sostanziali degli equilibri naturali: dalla scomparsa di foreste alla drastica riduzione della biodiversità, dall’inquinamento delle acque dolci e del sovrasfruttamento delle risorse ittiche, l’alterazione dei suoli a causa dell’uso di azoto fertilizzante in quantità nettamente oltre quelle naturalmente fissato in tutti gli ecosistemi terrestri.

Nel mezzo, differenti Accordi e Trattati internazionali, che saranno analizzati in seguito, hanno procrastinato le decisioni o ne hanno prese di non sufficienti.

Un modello di sviluppo non resiliente: le città a rischio ambientale e sociale

Lo sviluppo urbano noncurante dei danni ambientali e di diminuzione della capacità resilienti di un territorio si vede particolarmente nel trend preoccupante di consumo del suolo: è una risorsa fragile ed essenzialmente non rinnovabile, ma preziosissima per il circa quarto della biodiversità mondiale che ospita – si stima che in un cucchiaino di questo vi siano almeno 9 miliardi di microrganismi “che mantengono e regolano i cicli dei nutrienti e il flusso energetico tra l’atmosfera, le acque sotterranee e la vegetazione” -, il cibo che produce per il nostro consumo – il 95% è prodotto col suolo -, l’acqua che trattiene, filtra e purifica e il carbonio che immagazzina.

Eppure, questo “silenzioso alleato è una risorsa dimenticata” e vilipesa: “sfortunatamente, un terzo dei nostri terreni è in condizioni di degrado e le pressioni dell’uomo stanno raggiungendo livelli critici, riducendo ed a volte eliminando alcune delle loro funzioni essenziali.” 

Le cause, ovviamente esacerbate in aree urbane e periurbane, sono la cementificazione, l’inquinamento, l’asportazione, l’erosione, la compattazione, l’impermeabilizzazione, la salinizzazione, l’acidificazione, che non stanno facendo altro che impoverire sempre più e irrimediabilmente questo elemento: nel 2015 solo un quarto dei terreni arabili e coltivabili rispetto al 1960 saranno ancora sfruttabili per la produzione agricola.

Questo sconvolgimento della capacità del suolo di rinnovarsi e di essere alla base della vita dell’uomo mina la sicurezza alimentare, la capacità di nutrizione, l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici. E ciò si porterà dietro problemi enormi per la capacità delle comunità, delle città, delle nazioni, che sempre meno hanno contatto con il mondo agricolo, di essere preparati a eventuali blocchi delle catene alimentari dalle quali dipendono.

Il tema non sembra trovare sufficiente sensibilità e risposte nemmeno in Italia, dove il Rapporto sul Consumo di Suolo del 2018 del Sistema Nazionale per la Protezione dellAmbiente “fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio, che continuano a causare la perdita di una risorsa fondamentale, il suolo, con le sue funzioni e i relativi servizi ecosistemici […] con particolare attenzione alle funzioni naturali perdute o minacciate. La tutela del patrimonio ambientale, del paesaggio e il riconoscimento del valore del capitale naturale sono compiti e temi […] fondamentali alla luce delle particolari condizioni di fragilità e di criticità climatiche del nostro paese e rispetto ai quali il Rapporto fornisce il proprio contributo di conoscenza.”

In effetti, il Rapporto è preoccupante: la superficie naturale nel 2017 si è ridotta di altri 52 km², ovvero 2 m²/s di suolo cementificato, soprattutto “nelle zone periurbane e urbane a bassa densità, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali, unitamente alla criticità delle aree nell’intorno del sistema infrastrutturale, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione a causa della maggiore accessibilità” accompagnando questo sprawl urbano a una densificazione delle are urbane che “riguardano soprattutto le aree costiere mediterranee e le aree di pianura”.

Un pianeta diseguale è un ostacolo allo sviluppo sostenibile

Anche le disuguaglianze – tra generi, religioni, aree geografiche – sono sempre più elevate e sono il maggiore ostacolo allo sviluppo sostenibile delle nazioni.

Negli ultimi anni, costantemente in tutti i Paesi del Mondo, fatta eccezione per la Svezia, la forbice delle disuguaglianze si sta ampliando: l’aumento è stato ancora più esponenziale, tra il 1990 e il 2010, nei Paesi in via di sviluppo dove la differenza tra redditi alti e bassi è aumentata addirittura dell’11% ; in questi Paesi il 75% della popolazione ha un reddito che è peggiormente distribuito che negli anni Novanta e i bambini appartenenti al 20% più povero della popolazione hanno tre volte la probabilità di morire prima del compimento dei cinque anni rispetto ai bambini provenienti da famiglie maggiormente benestanti.

Queste disparità tra persone non sono solo motivo di vite poco dignitose, ma rappresentano il maggior freno allo sviluppo sostenibile e alla lotta contro la povertà, limitando le opportunità di partecipare alla vita dei gruppi sociali e di dare un contributo significativo alla vita sociale, culturale, politica ed economica della società.

Disuguaglianze sempre più acuite anche nei paesi OCSE, come dice il premio Nobel Angus Deaton affermando che il Mondo è sempre più attraversato da “diseguaglianze straordinariamente profonde” vedendole crescere nella maggior parte dei paesi dell’area OCSE tra il 1985 e il 2012; in Italia nello specifico l’indice di Gini è cresciuto da 0,31 a 0,33 e, nel 2009, l’1% del segmento della popolazione italiana più ricca percepiva il 9,4% del reddito.

“Il processo di globalizzazione economica, gli alti livelli di terziarizzazione della struttura produttiva, la trasformazione del quadro regolativo del mercato del lavoro, hanno […], nel corso degli ultimi anni, approfondito le tensioni fra la dimensione economica e quella sociale di un modello di sviluppo sempre meno ancorato e dipendente dal contesto territoriale e sociale . Tali dinamiche […] e trasformazioni sembrano ancor più rilevanti nelle città.”

A perderci siamo tutti

Gli effetti di questi stili di vita hanno ricadute economiche, energetiche e sanitarie su tutti noi: “a livello nazionale sprechiamo 2,2 milioni di tonnellate di cibo all’anno, per un costo complessivo di 8,5 miliardi di euro” ovvero lo 0,6% del PIL, la dispersione degli acquedotti italiana è salita al 38%, 82.489 persone sono morte in Europa nel 2014 per lo smog dei quali 59.630 a causa del particolato fine (i PM2.5), 17.290 a causa delle concentrazioni di diossido di azoto (NO2) e 5.569 a causa dellozono a livello del suolo (O3)”.

I cambiamenti climatici sono già responsabili dal 15 al 20% delle morti in Europa secondo lOrganizzazione Mondiale della Sanità e, tra il 2030 e il 2050, causeranno, sempre secondo lOMS, circa 250.000 ulteriori decessi all’anno – 38.000 a causa dell’esposizione al calore negli anziani, 48.000 a causa della diarrea, 60.000 a causa della malaria e 95.000 a causa della denutrizione infantile.” con un rischio aumentato nelle fasce di popolazione anziane e tra quelle dei paesi poveri o in via di sviluppo – a causa di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore e ondate di calore – nella torrida estate del 2003 in Europa sono morte 70.000 persone in più della media – con costi diretti stimati trai 2 e i 4 miliardi di dollari all’anno entro il 2030.

Cambiamenti climatici che stravolgono il Mondo, crescenti disuguaglianze, sfruttamento incontrollato delle risorse, modello di sviluppo e di consumo totalmente insostenibile sono, come l’ha definita profeticamente e semplicemente il Premio Nobel per la Pace Al Gore, An inconvenient truth,  negli omonimi film e documentario che ci imponevano l’urgenza di chiarire e attuare politiche climatiche globali capaci di rispondere a questa inevitabile situazione.

Cambiare modello non è solo necessario per una convivenza più civile e rispettosa verso l’ambiente, ma anche per evitare numerosissimi morti per tutti i rischi e i problemi correlati ai cambiamenti climatici.

Giovanni Litt – IUAV Planning and Climate Change

 

 

1 È una associazione non governativa composta da scienziati,economisti,uominid’affari,attivistideidiritti civili,alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato che studia e riflette sui principali problemi dell’umanità. Viene fondata nel 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei insieme allo scienziato scozzese Alexander King, e ad altri premi Nobel, politici e intellettuali.
2 Club di Roma, I limiti dello sviluppo, Roma, 1972
3 www.overshootday.org
4 WWF, Living Planet Report 2014: Specie e spazi, gente e luoghi, 2014 5 Casiraghi M., 2018
6 Friedman T. L., Advice From Grandma, 21.11.2009, New York Times
7 P. J. Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene, Milano, Saggi Mondadori, 2005, p. 16
8 Swiss Academy of Sciences, 2015
9 Rossella Muroni, Una Legge Nazionale contro la cementificazione, Il manifesto, il Manifesto, 18.07.2018 10 da Silva J. G. (Direttore Generale della FAO), 2015
10 www.suoli2015.ch
12 SNPA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici – Edizione 2018, Roma, 2018
13 www.unirc.it
14 A. Deaton, La Grande Fuga: Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza, Il Mulino, Bologna 2015
15 OCSE, Rapporto OCSE 2015, Parigi, 2015
16 Turok, 2005
17 Ranci C., Città nella rete globale. Competività e disuguaglianze in sei città europee, Milano, Bruno Mondadori, 2010, p. 79
18 Milano F., Spreco alimentare, l’Italia migliora, ma butta via ancora lo 0,6% del Pil all’anno, Il sole 24 ore, 5.02.2018
19 Chiesa F., Italia colabrodo, acqua sprecata e persa, 10 milioni senza depurazione, Corriere della Sera,2017
20 Agenzia Europea dell’Ambiente, 2017
21 www.who.int
22 Una scomoda verità, 2006, Davis Guggenheim e Al Gore, USA
23 Gore A., Una scomoda verità, come salvare la Terra dal riscaldamento globale, Milano, Rizzoli, 2006

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