Politiche globali verso Città resilienti

La centralità delle città nella sfida globale

Molte parole hanno segnato i tempi nella speranza di cambiare le cose, ma “si sono presto spente o sono state talmente usate e abusate da perdere significato, indebolendo la sfida a cui ci chiamavano”1 è stato così per eco, sostenibilità, green e così via; ciascuna indebolitasi o rubata in un più o meno breve periodo, ha finito spesso per deludere per la propria intangibilità, ma soprattutto per non aver saputo rispondere adeguatamente alle sfide poste e ai problemi imminenti che abbiamo già iniziato a subire.

E poiché abbiamo visto come il problema dei cambiamenti climatici non sia riconducibile solo ad alcuni aspetti settoriali della nostra vita, perché “il cambiamento climatico antropocenico non rappresenta che la punta dell’iceberg”2 di quanto sta avvenendo nel nostro Pianeta, si presenta la necessità di nuovi modi di governare le Città per adattarsi ai cambiamenti possibili, ma anche trasformare le incertezze cui andremo necessariamente in contro in occasioni e i rischi in innovazione: come ci ricorda Rebecca Tarbotton “Dobbiamo tenere a mente che il compito della nostra epoca non si esaurisce nel far fronte al cambiamento climatico. Occorre guardare più in alto e più in profondità. In realtà, quello di cui stiamo parlando – se abbiamo l’onestà di ammetterlo a noi stessi – è una trasformazione generale del nostro modo di vivere su questo Pianeta.”3

Una trasformazione globale che può essere attuata solamente con una transizione a modelli e territori resilienti, quel termine coniato nel 1973 dall’ ecologista canadese Crawford Stanley Holling – nello specifico al fine di provare a leggere con lenti differenti ed olistiche le dinamiche ecosistemiche e utilizzato in tante altre discipline, dalla psicologia alla meccanica all’ingegneria, e diventando il termine che descrive “l’importo di disturbo che il sistema può assorbire e rimanere all’interno lo stesso stato; il grado di capacità del sistema di auto organizzazione (contro la mancanza di organizzazione, o organizzazione forzata da fattori esterni); e il grado a cui il sistema può costruire e aumentare la capacità apprendimento e adattamento. La resilienza non riguarda solo l’essere persistente o robusto al disturbo, riflette anche come questo sistema crea opportunità dal disturbo per rinnovamento e ricerca di nuove traiettorie”4

Insomma, come dice Luca Mercalli, “la resilienza è una proprietà che si prepara, come una rete di sicurezza, deformabile quanto basta per attutire il colpo”5 e non è un caso che questo termine sia così permeabile tra le differenti discipline, poiché questioni complesse quali quelle succitate necessitano risposte complesse, a lungo periodo, multidisciplinari e flessibili; perché i cambiamenti – climatici e non stanno mettendo a dura prova le città con eventi estremi scarsa qualità dell’aria e dell’acqua, periodi di siccità, disoccupazione, carenza di alloggi dignitosi a prezzi accessibili, mancanza di coesione sociale, invecchiamento della popolazione, trasporti non efficienti, povertà e iniquità, infrastrutture urbane obsolete -, ma anche con eventi usuali che oramai sono diventati stressanti – alluvioni, incendi, bufere di neve, danneggiamenti alle infrastrutture, forti precipitazioni, ondate di calore, terrorismo, epidemie, sommosse e disordini civili.

Il tutto a spese della vivibilità dei luoghi che abitiamo, della linearità e stabilità dell’economia, della protezione dell’ambiente, della salute umana e animale.

Come ampiamente affermato il problema è globale, i cambiamenti sono lunghi, non sempre lineari e quasi mai prevedibili, complessi e difficili da comprendere e palesano quindi la necessità di offrire risposte altrettanto lunghe e sostanziali, ma anche immediate e flessibili.
La crisi economica, la crisi sociale, il contesto internazionale perennemente sottoposto a stress – siano essi minacce di guerre, dazi, blocchi economici, crisi diplomatiche, ecologiche, ecc. -, ma più da vicino i problemi di vicinato e nelle città che crescono sempre di più anche per la scarsa capacità di essere comunità in grado di sopperire alle richieste e ai bisogni dei suoi componenti in modo collaborativo ci insegnano che, invece, laddove le soluzioni alle problematiche si costruiscono insieme e collaborando, allora il risultato è maggiore.

L’incremento previsto al 67,2% al 2050 delle persone che sul pianeta Terra vivranno in città si fa sempre più vicino. Allo stesso tempo, come visto, il clima sta cambiando per causa principale proprio delle città, responsabili, ad oggi, dell’80% delle emissioni di CO2 globali, e avrà ripercussioni soprattutto nelle città stesse, la cui qualità e densità abitativa, tuttavia, può essere più un vantaggio che una scomodità per la concentrazione di servizi e infrastrutture, il contesto socio- culturale, la capacità di innovare e prefigurare comportamenti e spazi che sappiano adattarsi alle sfide, la partecipazione politica e civica alla vita democratica e l’interrelazione sociale che si fa più diversificata e ridondante, non ultimo il fermento culturale e accademico che facilita l’adozione di pratiche innovative e virtuose.

Lo conferma anche il climatologo Mercalli, quando dice che “nelle città si concentrano i grossi numeri, i conflitti, ed è giusto quindi partire da qui per ripensare il futuro della nostra vita. Dalle città, dalle nostre case, può iniziare la riduzione di quel 30% che noi sprechiamo ogni giorno. In città possiamo iniziare pratiche di condivisione e cooperazione come quella dei Gruppi di Acquisto Solidale – GAS – e coltivare la consapevolezza che le cose veramente importanti si contano sulle dita di una mano: il cibo, l’energia, l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Sono cose che dovremmo imparare in fretta perché senza una reazione tempestiva non ci potrà essere nessuna resilienza”6, ma solo il lento declino verso territori e città sempre meno ospitali per la vita dell’uomo: abbattute da cicloni tropicali, desertificate, ammalate, inondate, accaldate e più tormentate.

In questo contesto quindi proprio i contesti urbani dovranno sapersi reinventare facendovi convivere le necessità urbane degli abitanti – servizi, lavoro, luoghi di aggregazione, ecc. – con l’ambiente, la sua protezione e valorizzazione, promuovendo stili di vita e di sviluppo in equilibrio con esso.

Stili di vita che subiranno e in gran parte hanno prodotto i cambiamenti climatici, l’impoverimento della fertilità del suolo, l’inquinamento di acqua ed aria, la disabitudine a considerare i cicli produttivi e che proprio oggi sono la causa dell’esposizione a nuovi rischi di natura sociale, economica ed ambientale e che devono necessariamente divenire, al fine di configurare il benessere degli abitanti delle città e l’equilibrio di esse con l’ambiente, volano per lo sviluppo di capacità sistemiche complesse e studiate al fine anche di una migliore gestione del tessuto urbano, un cambio di sistema, di usi e di pensieri.

La nostra epoca, i limiti fisici del Pianeta che abbiamo raggiunto e che non possiamo più continuare ad oltrepassare, ci richiamano a un cambio di rotta che non può prescindere dal contrasto allo spreco, allo scarto e dal promuovere un uso migliore e più efficiente delle risorse, da parte di tutti – aziende, soggetti pubblici, cittadini – al fine di uno sviluppo parallelo tra benessere e ricchezza dell’uomo così come dei sistemi ambientali.

Ma la pianificazione delle Città “richiede di essere comprensibile negli scopi, orientata al futuro e all’interesse pubblico” e per migliorare la qualità della vita delle persone, una cosa effettivamente non così scontata se si guardano agli usi degli ultimi decenni, ma che Kameshwari Pothukuchi e Jerome L. Kaufman ci ricordano con limpidità.

Effettivamente i tradizionali ambiti di intervento dell’urbanistica – trasporti, infrastrutture, ambiente, economia, ecc. – e del policy making – sanità, politiche sociali, ecc. -, difficilmente si allargano in modo definitivo a considerare in modo unico il metabolismo dei luoghi e le varie accezioni che le scelte di cambiamento degli spazi fisicamente o socialmente – educazione, energia e salute, ecc.

Le politiche globali verso Città resilienti

Di seguito vengono analizzati alcuni Accordi, Progetti e Programmi, con diretta governance e finalità esecutiva nelle città, che più di altri hanno saputo creare networks per promuovere comportamenti, azioni, modificazioni concrete al fine di porre la mitigazione, l’adattamento, la resilienza, all’ordine del giorno dell’agenda politica urbana per rendere le città sistemi in grado di rispondere in modo agile e resiliente alle sfide e alle criticità – siano essi stress continui o shock sporadici – che subiscono.

I principali accordi che hanno segnato e segnano la storia verso un Mondo in equilibrio con l’ambiente saranno studiati qui, ma utilizzati successivamente per la definizione delle linee guida per la Strategia carpendone gli aspetti più interessanti e replicabili.

Il ruolo delle organizzazioni pubbliche

Tra tutti i documenti licenziati durante l’UNCED, United Nations Conference on Environment and Development del 1992 visto in precedenza a pagina 39 trova maggiore e più efficace attuazione quello che più degli altri ha saputo pensare globalmente e agire localmente intuendo per primo la sfida dell’interessamento e della partecipazione delle persone nella sfida adattiva del contrasto al cambiamento climatico: Agenda 21.

Questo documento è costituito da una serie di azioni pianificatori e da effettuarsi a diversi livelli – globale, nazionale e in particolare locale – laddove l’uomo impatta sull’ambiente per rispondere alle problematiche ambientali, sociali ed economiche cui l’umanità sarebbe andata in contro, tramite le sue quattro aree per un totale di quaranta obiettivi scadenzati e definiti: dimensione socioeconomica, ambientale, per il coinvolgimento delle componenti nei processi decisionali e per l’attuazione delle decisioni convenute.

È nel capitolo 28, “Iniziative delle amministrazioni locali di supporto all’Agenda 21”, che si “riconosce un ruolo decisivo alle comunità locali nell’attuare le politiche di sviluppo sostenibile, tenuto conto che oltre il 45% della popolazione mondiale vive in contesti urbani, percentuale destinata a crescere fino al 63% nel 2030”7 invitando“Ogni amministrazione locale”a“dialogare con i cittadini, le organizzazioni locali e le imprese private e adottare una propria Agenda 21 locale. Attraverso la consultazione e la costruzione del consenso, le amministrazioni locali dovrebbero apprendere e acquisire dalla comunità locale e dal settore industriale, le informazioni necessarie per formulare le migliori strategie”8.

È questa la prima importante misura a livello internazionale che suggerisce la condivisione corale di una strategia ambientale e le successive azioni di monitoraggio tra istituzioni governative locali e gli attori locali, siano questi associazioni, ONG, privati, normali cittadini e cittadine di tutte le età ed estrazioni sociali. Questa capacità di implicazione della più ampia platea possibile di persone per risolvere problemi locali con i quali hanno quotidianamente a che fare e che, senza dubbi, conoscono più e meglio – o quanto meno con un’ottica differente – rispetto ad altri, è senza dubbio un modo per delineare una maniera resiliente di affrontare i problemi, avendo modo così di trarre ricchezza e approcci differenti a seconda dei coinvolti.

In effetti, l’iniziativa è stata un successo: nel Mondo al 2002 erano 6416 gli enti locali che avevano avviato un processo Agenda 21 (di cui l’80% in Europa).9 In Italia – al 2004 – 109 Città hanno implementato 1239 progetti e 34 di queste hanno anche approvato un Piano di Azione Locale agendo sul fronte ambientale – energia, programmazione e gestione del territorio, trasporti, rifiuti, biodiversità, acqua e aria -, ma anche turismo e attività produttive, agricoltura, terziario e lavoro 10 con risultati importanti verso “una maggiore condivisione delle informazioni e migliore dialogo, valorizzazione dei progetti esistenti dei vari attori coinvolti; maggiore e migliore partecipazione nei processi decisionali; soluzioni migliorative a problemi esistenti in varie aree; maggiore coordinamento e integrazione degli interventi; infine, maggiore capacità progettuale dei vari attori.”

Anche i successivi Sustainable Development Goals, emanati a settembre 2015 alle Nazioni Unite dove, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo globale senza intaccare il benessere umano e la salvaguardia l’ambiente, la comunità degli Stati ha approvato l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile: 17 obiettivi di sviluppo (OSS/SDGs, Sustainable Development Goals) corredati da 169 sotto-obiettivi che, spaziando in tutti i campi possibili, impegnano con azioni concrete, verificabili e valutabili il Mondo intero in modo universale e volontario – dal singolo, alle associazioni, alle Città, agli Stati, alle Organizzazioni Internazionali – verso uno “sviluppo sostenibile per affrontare i cambiamenti climatici e costruire società pacifiche entro l’anno 2030.”11

Gli obiettivi, plurali e numerosi, rivestono delle comunità locali e ai contesti urbanizzati, di un ruolo centrale; sono sì ambiziosi e ampi, ma, per natura applicabili concretamente alle agende politiche locali.

Questi sono in continuità con i precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals), ma differiscono da questi ultimi perché non hanno obiettivi raggiungibili solo dai Paesi poveri, ma sono destinati a coinvolgere tutte le persone di tutte le parti del Mondo: “un’agenda per il pianeta, la nostra casa comune”12

Proprio questa visione olistica che implica sforzi unanimi di tutte le categorie e di tutti gli enti per raggiungere una situazione sostenibile per il Pianeta, rileva l’approccio resiliente che i 17 obiettivi hanno.

Questi obiettivi, però, sono anche un monito forte alla comunità internazionale per aumentare gli sforzi finora fatti e incrementare le partnership per giungere il più velocemente possibile a soddisfare i traguardi espressi, visti i rischi in cui il pianeta rischia di incorrere se non sviluppa il più celermente possibile soluzioni innovative e capaci di corrispondere ai problemi cui andiamo incontro e che già subiamo adeguate soluzioni che facciano vivere in piena dignità tutti i 7 miliardi di abitanti della Terra.

Tra gli altri, le Nazioni Unite hanno uno specifica organizzazione, nata nel 1978 dopo la Prima Conferenza sugli insediamenti umani e lo sviluppo urbano sostenibile (Habitat I) in Canada nel 1976, per gli insediamenti umani (United Nations Human Settlements Programme): un’agenzia interna alle Nazioni Unite che ha lo scopo di promuovere contesti urbanizzati sostenibili sotto il punto di vista ambientale e sociale: UNHabitat.

“A livello globale, tutte le città sono vulnerabili a gravi impatti da una serie di shock e stress che possono essere sia naturali che umani. Oggi gli abitanti della città stanno affrontando sfide aggiuntive e amplificate a causa della rapida urbanizzazione, dei cambiamenti climatici e dell’instabilità politica.” 13

In quest’ottica, a fronte dei repentini aumenti di vulnerabilità – secondo l’organizzazione negli ultimi dieci anni le calamità naturali hanno colpito oltre 220 milioni di persone e causato un danno economico di 100 milioni $ all’anno e a partire dal 1992 4,4 miliardi di persone hanno subito danni per fenomenti ambientali per 2.0 trilioni US $ e nel 2015, 117 paesi e territori sono stati colpiti da disastri – , uno dei principali obiettivi dell’organizzazione è la promozione della resilienza urbana, per proteggere le continuità da shock e stress adattandole positivamente: “una città resiliente è quella che valuta, pianifica e agisce per prepararsi e rispondere a tutti i rischi, sia improvvisi che a insorgenza lenta, previsti o imprevisti. In tal modo, le città sono maggiormente in grado di proteggere e migliorare la vita delle persone, garantire guadagni in termini di sviluppo, promuovere e investire in un ambiente e promuovere cambiamenti positivi.”14

L’obiettivo di UN-Habitat è quindi sostenere le amministrazioni locali nel percorso verso la capacità di riduzione dei danni e l’aumento della resilienza delle città, lavorando con i governi locali e i loro partner con il Programma di resilienza della città (CRPP), “che supporta i governi locali per sviluppare la loro capacità di migliorare la resilienza sviluppando un approccio urbanistico e gestionale globale e integrato, nonché strumenti per misurare e profilare la resilienza della città a tutti i tipi di rischi.”15

Il CRPP ha quindi sviluppato il City Resilience Profiling Tool (CRPT) che analizza l’intera città da una prospettiva di resilienza e un Hub di resilienza urbana che metta in rete conoscenze e pratiche di innovazione sul tema.

UNISDR, fondata nel 1999, fa parte del Segretariato delle Nazioni Unite su volontà dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha adottato la Strategia internazionale per la riduzione delle calamità ed è il “punto focale nel sistema delle Nazioni Unite per garantire il coordinamento e le sinergie tra le attività di riduzione del rischio di disastri del sistema delle Nazioni Unite e le organizzazioni e attività regionali nei settori socioeconomico e umanitario”16; l’ufficio si occupa dell’implementazione del Framework di Sendai per la riduzione dei rischi di catastrofi 2015-2030, adottato dalla Terza Conferenza mondiale delle Nazioni Unite, un accordo non cogente con l’obiettivo di indicare come si può ridurre il rischio di catastrofi agendo da un lato sullo sviluppo, dall’altro su aspetti umanitari. Attua questi principi tramite “l’assicurazione della riduzione del rischio di catastrofi (DRR) applicata all’adattamento ai cambiamenti climatici, l’aumento degli investimenti per la RDR, la costruzione di città resilienti alle catastrofi, scuole e ospedali e il rafforzamento del sistema internazionale per la RDC.” 17

Tra le altre, una delle campagna più sostenute dal suddetto ufficio è Making Cities Resilient: My City is Getting Ready, che sostiene con iniziative economiche e comunicative i governi locali che vogliono essere “i principali obiettivi e driver della campagna.”18nella visione dell’ex Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon secondo cui vi era “la necessità che i leader mondiali affrontassero il cambiamento climatico e riducessero il crescente rischio di catastrofi […] includendo in questa sfida sindaci, città e leader delle comunità” 19per gestire e ridurre i rischi che le aree urbane più degli altri territori rischiano di subire.

Per fare ciò bisogna migliorare le infrastrutture, realizzare retrofit per l’efficienza e la sicurezza energetica, aumentare le energie da fonti rinnovabili e riqualificare i quartieri più svantaggiati: tutte cose che solamente le comunità e i governi locali – non certo senza il supporto di enti sovraordinati, popolazione, privati possono fare, oltreché essere i primi a rispondere alle crisi e alle emergenze dunque con più necessità devono essere i più pronti a rispondere agli shock.

La campagna opera ad oggi con 3883 Città in tutto il mondo, siano esse grandi – Mumbai, Cape Town, ecc – o piccole e ha prodotto una serie di tools che affiancano i governi locali nel “valutare, monitorare, documentare e migliorare le loro attività di riduzione del rischio di disastri.
Questi sono: i “Dieci elementi essenziali” per la valutazione della resilienza delle città: organizzarsi per la resilienza ai disastri, identificare, comprendere e utilizzare gli scenari di rischio presenti e futuri, rafforzare le capacità finanziarie per la resilienza, perseguire uno sviluppo umano resiliente, salvaguardare le interfacce naturali per migliorare le funzioni protettive offerte dagli ecosistemi naturali, rafforzare la capacità istituzionale alla resilienza, comprendere e rafforzare la capacità della società alla resilienza, aumentare la resilienza delle infrastrutture, garantire una risposta efficace ai disastri, accelerare il recupero e garantire una migliore ricostruzione; lo strumento di autovalutazione locale 650 governi locali hanno sviluppato un’autovalutazione grazie a questo strumento -, il manuale per leader dei governi locali per aiutarli a rendere le città più resilienti, integrando piani urbanistici e strategici locali con queste linee di indirizzo; una serie di attività formative – nel 2014, 800 funzionari locali delle città partecipanti da 36 paesi hanno beneficiato di un supporto tecnico e logistico.

L’ufficio ha anche intuito la sfida principe per la resilienza, ovvero che per “creare società resilienti ai rischi bisogna favorire il settore privato a collaborare con il settore pubblico e altre parti interessate per raggiungere il risultato e l’obiettivo del Framework di Sendai in un modo trasparente e inclusivo che produca un impatto locale e misurabile”20; le imprese sono infatti una fetta consistente e fondamentale delle frange di popolazione ed enti che subiranno i cambiamenti, dunque le invita e aiuta “ad integrare il rischio di catastrofi nelle loro pratiche di gestione” 25 per aumentarne la capacità di risposta e poi recupero in seguito a disastro e raggiungere in minor tempo gli SDG’s di cui sopra.

Per sostenere questa sfida il Private Advisory Group (PSAG), il Private Sector Partnership (PSP) e l’iniziativa R!SE sono state unite nell’Alleanza per il settore privato per società resilienti ai disastri (ARISE) che vede l’adesione di 140 imprese del settore privato unite verso l’implementazione del Framework tramite progetti e iniziative tangibili che forniscano risultati concreti e misurabili, ma anche condivisione di conoscenze e buone pratiche attraverso sette aree di implementazione: strategie di gestione del rischio di disastro, parametri di investimento, benchmark e standard, istruzione e formazione, legale e normativo, riduzione e resilienza del rischio urbano e assicurazione.

Strumenti Europei

A livello Comunitario il Patto dei Sindaci21, lanciato nel 2008 in Europa “con l’ambizione di riunire i governi locali impegnati su base volontaria a raggiungere e superare gli obiettivi comunitari su clima ed energia” è la prima iniziativa che ha saputo incentivare e fortificare l’azione locale per raggiungere risultati globali “per fronteggiare l’azione climatica ed energetica”22, sapendo andare, spesso e volentieri, anche oltre gli obiettivi prefissati.

Oltre 7.000 enti locali e regionali in 53 Paesi – in tutti 7755 aderenti comprendenti 252.629.868 di abitanti dei quali addirittura 3184 in Italia – si sono uniti in un processo bottom-up “attingendo ai punti di forza di un movimento mondiale multi-stakeholder e al supporto tecnico e metodologico offerto da uffici dedicati”.

In questo modo è proprio grazie all’azione multilivello che i risultati si sono più facilmente raggiunti, creando la capacità delle comunità locali di unirsi e trarre beneficio a vicenda tra vari attori e policy makers.

Ogni ente ha successivamente emesso e adottato un Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) – ne sono pervenuti addirittura 6,038, ovvero il 77.86% per ridurre i gas serra per il 2020 a partire dai dati degli Inventario di Base delle Emissioni, dunque con una conoscenza specifica dei luoghi e delle azioni locali che sarebbe diversamente state difficoltose, meno organiche ed omogenee.

Le varie azioni sono ampliabili nel tempo con nuovi progetti, “poiché ogni nuovo progetto di sviluppo approvato dall’autorità locale rappresenta un’opportunità per ridurre il livello di emissioni” e il monitoraggio biennale dei Piani dà l’opportunità di estendere la gamma di azioni previste.

Un totale di 6.092 azioni in giro per l’Europa, fatte da istituzioni e non, hanno senza dubbio avuto il merito di indirizzare le politiche e la pianificazione locale verso la riduzione delle emissioni di CO2.

Con il 30 maggio 2016 viene invece adottata l’Agenda Urbana Europea, meglio nota come Patto di Amsterdam consistente nell’attuazione a scala continentale degli impegni previsti dall’agenda urbana delle Nazioni Unite, a sua volta adottata a Quito durante la conferenza Habitat III dell’ottobre del 2016.

Le due Agende si pongono lo scopo, rispettivamente per le proprie aree e materie di competenza, di favorire lo sviluppo equilibrato, sostenibile e integrato delle città; fatto ancora più importante in Europa, dove già il 70% delle persone è abitante di un’area urbana – dei quali, però, il 24,4% è a rischio povertà ed esclusione sociale e il 30% non ha o non cerca un lavoro – e che diventeranno l’80% nel 2050.

“La nuova agenda urbana per l’UE intende istituire un processo di partecipazione delle città alla definizione delle politiche europee: questa è la chiave di lettura della strategia urbana dell’UE. Non ricette preconfezionate o soluzioni miracolose, ma partecipazione di tutte le città di tutte le dimensioni e di tutti i contesti territoriali e confronto aperto sulle migliori soluzioni da proporre per affrontare le sfide, attuali e future, come pure la cooperazione all’interno delle aree funzionali urbane e i collegamenti tra città e campagna.”

In maniera volontaria, dunque, ogni Città dell’Unione Europea, attraverso i Partenariati tematici tra città, potrà contribuire alla modifica dei contenuti e delle modalità dei nuovi pilastri della policy urbana europea con una governance multilivello che vuole coinvolgere le città interessate, le imprese, le ONG e i rappresentanti degli Stati membri e delle istituzioni dell’UE “in un nuovo per- corso di partecipazione politica, di realizzazione di nuovi progetti e di condivisione e diffusione di buone pratiche”23 tramite: Better Regulation per esprimere il proprio punto di vista sulla legislazione dell’UE e renderla più “amica” delle Città; Better Funding, fornendo indicazioni che possano facilitare l’accesso ai fondi europei e un loro migliore utilizzo, visto l’importanza crescente che questi hanno per molti progetti urbani; Better Knowledge, facilitando la possibilità delle Città di scambiarsi informazioni, conoscenze ed esperienze tra di loro, valorizzando gesti e policies positive e virtuose. L’agenda ha 12 temi prioritari (occupazione e competenze per l’economia locale, Povertà urbana, Alloggio, Inclusione di migranti e rifugiati, Uso sostenibile del terreno e soluzioni naturali, Economia circolare, Adattamento al clima, Transizione energetica, Mobilità urbana, Qualità dell’aria, Transizione digitale, Appalti pubblici innovativi e responsabili) – di cui quattro già avviati (qualità dell’aria, con a capo l’Olanda; alloggi, Slovacchia capofila; povertà urbana, Belgio e Francia capofila, integrazione dei migranti e dei rifugiati, Amsterdam Città capofila) – e conseguenti piani d’azione.

La scelta delle città è scaturita dal fatto che queste “sono poli di creatività e motori della crescita europea, ma affrontano sfide importanti, come l’esclusione sociale, l’inquinamento atmosferico e la disoccupazione.”24 in un modo che solo le Città, per la loro attitudine alla collaborazione e al mutualismo possono affrontare. In questo modo anche l’Unione Europea pone le questioni urbane “sempre più all’ordine del giorno” e si accinge ad essere pronta “ad ascoltare di più le nostre città su cosa è funzionale e cosa dev’essere migliorato”25 e da ciò trarne ricchezza conoscitiva, di dati, materiale.

L’Agenda vuole, insomma, sperimentare – con partenariati costituiti dai rappresentati stessi delle Città e stakeholder vari chiamati a mettersi in gioco – quanto le città possono riuscire a divenire leader istituzionali nell’emissione e nella valutazione delle politiche europee se sufficientemente coordinate e spronate anche per merito della valutazione di impatto sul tessuto urbano della legislazione europea, l’istituzione di uno sportello unico e un portale online a cura della Commissione Europea che faciliti le Città ad integrare le proprie azioni con politiche e finanziamenti comunitari.

Pur essendo un programma nuovo, alcune delle partnership hanno già effettuato incontri e attività: povertà urbana ha emesso una bozza di piano di azione che individua quattro priorità: la rigenerazione dei quartieri degradati, la povertà infantile, la vulnerabilità della popolazione Rom, le persone senza fissa dimora; Amsterdam, con l’inclusione dei migranti ha creato una roadmap “per attività che fino al 2018 prevedono l’implementazione di attività di scambio e incremento delle conoscenze su cinque dimensioni del tema dell’inclusione dei migranti: casa, community building, educazione, lavoro e gruppi vulnerabili.”26 mentre il team per la qualità dell’aria è ancora fermo a meri incontri in vista del proprio Action Plan.

La Commissione, invece, ha attivato il Segretariato dell’Agenda urbana europea e “il “one stop shop” dell’Agenda urbana: una piattaforma web che raccoglie tutte le informazioni relative alle attività ad essa correlate” che dà la possibilità di accedere allo Urban Data Platform27 che informa di tutte le iniziative europee aventi impatto urbano.

L’Italia, partecipe in sei delle partnership – inclusione dei migranti, lavoro e competenze, mobilità, transizione digitale, economia circolare e il Comune di Milano sulla qualità dell’aria – comincia a sentire l’esigenza di un’Agenda urbana nazionale sostenuta anche da Urban@it e AsVis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) che hanno pubblicato nel 2017 un’Agenda per lo Sviluppo Urbano Sostenibile nella quale si riportano obiettivi e proposte che hanno lo scopo di “contribuire a superare la frammentazione delle politiche urbane collegandosi alle iniziative internazionali in atto”.28

Ciò dimostra come il “processo attivato dal Patto di Amsterdam rappresenta un’opportunità inedita”38 per nuove politiche per la città che sappiano integrare differenti programmi e risorse in un dinamico scenario europeo.

Si contestualizza nel panorama europeo anche Sharing Cities, un progetto finanziato dal programma H2020 dell’Unione Europea con un fondo di 24 milioni di € (di cui 2,1 milioni € per il Comune di Milano) che vuole essere “un banco di prova per migliorare l’approccio comune e trasformare la smart city in realtà e […] sviluppare soluzioni intelligenti a prezzi accessibili attraverso la collaborazione internazionale tra il Mondo della ricerca e le città per individuare soluzioni “intelligenti” ed integrate, con un elevato potenziale di mercato su scala commerciale”.29

Per fare ciò le città partner – Londra, Bordeaux, Lisbona, Burgas, Varsavia -la- vorano con la Partnership europea dell’innovazione Smart cities and communities promossa dalla Commissione Europea al fine di aumentare “l’impegno dei cittadini a livello locale, rafforzando il rapporto di fiducia tra questi e le proprie città”.

Il progetto vuole essere facilmente replicabile e d’esempio per future repliche ed è resiliente nella misura per cui l’obiettivo è rendere le Città più vivibili e a misura d’uomo mettendo in comune i bagagli di esperienze e le conoscenze e favorendo lo scambio di dati, lavorando sulle persone e i loro comportamenti, sugli spazi e la loro qualità, sulle piattaforme e la loro efficienza, diminuendo le risorse sfruttate e aumentando il valore finale dei prodotti.

La co-creazione di servizi tra istituzioni, aziende e cittadini e la loro successiva condivisione è un nuovo modo di vivere la Città che sa coinvolgere gli usufruitori finali aumentandone le conoscenze e la coscienza dell’importanza dei loro gesti per abitare una Città più vivibile, modificandone le abitudini e incentivandone i comportamenti virtuosi, non senza intaccare le strutture fisiche delle abitazioni, in particolar modo dei condomini e la funzionalità e il funzionamento dei trasporti, con indubitabili benefici per l’ambiente urbano.

Nello specifico di Milano gli interventi – implementati grazie ai partner Fondazione Politecnico di Milano, AMAT, ATM, Politecnico di Milano, Poliedra, Cefriel, Teicos UE S.r.l., Future Energy , Kiunsys S.r.l., NHP S.r.l, Legambiente Onlus, Ricerca sul Sistema Energetico (RSE SPA), A2A S.p.A., A2A Reti Elettriche, Selene, Siemens Spa – sono previsti tra Porta Romana e Vettabbia coinvolgendo i cittadini per la co-creazione di servizi di condivisione a integrazione di quelli preesistenti nel quartiere.

Il progetto prevede due interventi sugli edifici pubblici del complesso di via S. Bernardo e cinque su edifici di proprietà mista per un totale di 25.000 m2 di unità residenziale che subiranno un efficientamento energetico. Inoltre verranno installati 300 lampioni intelligenti dotati di sensori di vario tipo, ci saranno sessanta veicoli di car sharing elettrico in più e due auto a per car sharing condominiale, centocinquanta bici elettriche in quattordici nuove stazioni, settantasei punti di ricarica di colonnine elettriche di cui venti a ricarica rapida, centoventicinque stalli di parcheggio intelligenti e dieci veicoli elettrici condivisi per il trasporto merci, non ultimo una piattaforma urbana di condivisione per la gestione dei dati di svariate fonti.

Il ruolo del settore privato nell’influenza delle politiche

Vi sono, poi, iniziative a sostegno del cambiamento delle Città sostenute da enti e fondazioni private. Ciò evidenzia come non è solo importante l’apporto legislativo o degli incentivi pubblici per influenzare i cambiamenti, ma che la prospettiva deve essere plurale. Il settore privato, soprattutto quello delle industrie, ha naturalmente lo scopo di assicurare sé stesse in un lungo periodo.

La svolta verde “non è un settore, ma un modello generale di economia “capace di produrre un benessere di migliore qualità e più equamente esteso, migliorando la qualità dell’ambiente e salvaguardando il capitale naturale” 30
Il cambiamento dell’economia in atto verso una green economy, fondamentale per realizzare uno sviluppo sostenibile, vede già un ruolo attivo di una parte importante delle imprese e sollecita una loro più ampia e incisiva partecipazione: ”un cambiamento di prospettiva ampio che non coinvolge solo le imprese, ma attraversa gli stili di vita e i modelli di consumo, sollecita nuove politiche pubbliche, economiche e fiscali, ruoli più attivi delle istituzioni ai vari livelli, più e co-innovazione e nuove professionalità nel mondo della ricerca e del lavoro.

Questo cambiamento non sarebbe realizzabile senza un ruolo attivo delle imprese, perché un migliore benessere richiede servizi e beni di più alta qualità, un buon livello di occupazione e di reddito, quindi produzione di ricchezza.”31 Superare un sistema aziendale che nelle origini non ha avuto attenzione all’ambiente, alle risorse naturali, alla sostenibilità ecologica ha la possibilità di rispondere da un lato alla tuttora insoluta crisi ambientale e climatica, dall’altro a migliorare le condizioni sociali, etiche, igieniche del sistema lavorativo e dei lavoratori verso una società meno a rischio di stress e shock e nella quale il benessere sia equamente ripartito.

Negli ultimi anni, sono nate quindi alcune incisive e dalle potenzialità molto grandi, iniziative finanziate dal mondo della filantropia privata con l’obiettivo di supportare economicamente e sotto il profilo tecnico le Città verso la sfida dell’adattamento resiliente.
A partire proprio dalle Città, come detto, visto che il 70% di queste già hanno a che fare con gli effetti dei cambiamenti climatici e ciò, oltre a comprometterne la durabilità e l’incolumità fisica e dei suoi servizi e infrastrutture, ne debilita anche il sistema produttivo ed economico, ampliando i rischi cui va in contro il sistema privato di bloccare o rallentare i propri stabilimenti/uffici.

Sono concordanti le stime che entro il 2100 le temperature globali aumenteranno in media di 2 gradi oltre i livelli pre-industriali rendendo le città sempre più vulnerabili agli impatti negativi del cambiamento climatico. Se queste sono quindi il luogo dove più si potrebbero soffrire gli effetti negativi dello sconvolgimento futuro, “Le città sono anche il posto dove il futuro accade prima”32, come recita lo slogan di C40 Cities Climate Leadership Group, comprese le soluzioni più innovative, originali e resilienti per adattarsi e mitigare i cambiamenti climatici, vista la loro centralità che permetterebbe ai soli contesti urbani di raggiungere il 40% del risparmio necessario per raggiungere gli ambiziosi traguardi dell’Accordo di Parigi, modificando le governance dei governi locali e le proprie abitudini di sviluppo soprattutto per gli edifici residenziali e commerciali, la produzione di energia, i sistemi di trasporto e di gestione dei rifiuti, non ultima l’ingente capacità di innovazione e creatività che solo le città sanno sviluppare verso nuovi stili di vita a basso impatto ambientale in grado di essere esemplari, replicabili, incidenti realmente sugli obiettivi globali, “a dimostrazione di come l’unione tra istituzioni cittadine e settore privato possa plasmare il futuro, garantendo uno sviluppo urbano sostenibile ed economicamente vantaggioso.

Con queste premesse, perciò, 90 tra le più grandi capitali e città del Mondo – in tutto oltre 650.000.000 di abitanti e il 25% dell’economia globale – si sono unite nel network C40, avente sede a Londra e finanziata dagli enti privati Bloomberg Philanthropies, CIFF e Realdania, per mitigare il cambiamento climatico a partire dalla trasformazione urbana tentando di ridurre le emissioni di gas serra per migliorare il benessere dei cittadini dal punto di vista della salute – fisica o mentale e le possibilità di miglioramento economico.

Ad oggi 10.000 azioni in tutte queste città hanno provato a far fronte al cambiamento climatico aiutate da uno staff di tecnici esperti che lavorano insieme alle città e tra le città, anche per permettere e facilitare lo scambio di pratiche virtuose, conoscenze, tecnologie. L’obiettivo di raggiungere le 14.000 azioni entro il 2020 non è quindi distante, portando a una diminuzione di 2.4 Gt di CO2 e di contribuire a raggiungere l’obiettivo di non eccedere il 1.5 °C di surriscaldamento del Pianeta.

Il merito di C40 è la capacità di rendere protagoniste le Città nell’influenza comunicativa della sfida al cambiamento climatico diventando protagoniste e leader in questa lotta globale. Metterle a stretto contatto le une con le altre ha permesso anche vari scambi di buone pratiche facilmente reiterabili aumentando così le soluzioni innovative e resilienti diminuendo gli sforzi di ricerca.

I progetti per Reinventing Cities, una delle iniziative di C40, per esempio, richiedono ai partecipanti “proposte creative in termini di contenuti e forma, ma anche dimostrare che è possibile ottenere prestazioni ambientali unitamente a soluzioni architettoniche di alta qualità e a benefici per la comunità” considerando unitariamente “il potenziale di replicabilità del loro approccio, in diverse città su scala globale […] a dimostrazione di come l’unione tra istituzioni cittadine e settore privato possa plasmare il futuro, garantendo uno sviluppo urbano sostenibile ed economicamente vantaggioso.”33 Un approccio resiliente che si sta dimostrando estremamente di successo nella sostanza e nella capacità di contaminazione, vista la richiesta fatta ai progetti di sostenere le sfide specifiche che “permettono alla Città ed alle comunità locali di catalizzare i cambiamenti verso uno sviluppo urbano a zero emissioni, sostenibile e resiliente.” considerando anche un’espansione della frequenza e della gravità degli eventi climatici estremi, l’innalzamento delle temperature, l’aumento delle precipitazioni e dell’intensità del vento, le inondazioni e la carenza idrica: “tra gli esempi vi sono infrastrutture verdi, soluzioni ecologiche per gestire l’aumento di calore e delle precipitazioni, la gestione in loco delle acque piovane, l’innalzamento o la protezione delle infrastrutture chiave, progetti modulari, misure a sostegno della resilienza della comunità attraverso opportunità di connessione sociale, ecc.”34

C40 diventa così un incubatore di resilienza proprio perché aumenta la capacità delle città di adattarsi ai cambiamenti modificandosi grazie a risposte sociali, economiche e ambientali innovative e inedite.

Nel 2013, invece, nel centenario della sua Fondazione, la Rockefeller Philanthropy Advisors (RPA) Foundation ha creato il programma 100 Resilient Cities (100RC) al fine di sostenere 100 città di tutto il Mondo nel percorso verso la resilienza urbana e rispondere in modo resiliente alle sfide fisiche, sociali ed economiche cui vanno in contro.

Il progetto, 100RC è iniziato a Dicembre 2013 con un primo gruppo di 32 città esteso poi ad altre 35 nel 2014 tra oltre 1000 candidature di altrettante Città per aiutare queste a saper rispondere a shock – terremoti, incendi, inondazioni, ecc. – e a stress che rischiano, nel presente o in futuro, di minare la vivibilità e la sicurezza del tessuto urbano.35

L’adesione al programma 100 Resilient Cities offre alle città scelte supporto per il finanziamento di uno Chief Resilience Officer (CRO) che sia riferimento cittadino per la resilienza e collegamento tra la Città e la struttura centrale e “coordinare, sovrintendere e organizzare tutte le attività volte alla creazione della resilienza”, l’accesso libero a una piattaforma di servizi, per integrare i big data, le analitiche, le tecnologie, la pianificazione dell’uso del territorio in ottica resiliente anche grazie a partner strategici nelle differenti città (AECOM, HR & A, Dalberg, Accenture Arup, ICLEI, ecc.) per facilitare l’attivazione di processi che facciano incontrare governi, ONG, settore privato, singoli cittadini, l’inserimento nel network globale 100RC per condividere telematicamente e fisicamente le conoscenze e le migliori pratiche per “risolvere problemi a livello collettivo e fare tesoro delle esperienze altrui e del contributo offerto da altri esperti in materia di creazione della resilienza”.

Pur essendo un programma giovane, sono già state emesse 47 Strategie di altrettante Città.

100RC riesce a finanziare solo una stretta gamma di Città, per ora 87 sull’obiettivo finale di 100, ma a partire dal suo lancio sono prolificati – pur non avendo certezza di una diretta correlazione – convegni, documenti, incontri, iniziative – il Festival “La città resiliente” a Reggio Emilia, il Festival della Resilienza in Sardegna, il Resilienze Festival di Bologna, ecc. – anche in molte Città non direttamente coinvolte, ma candidate o interessate al tema. Questo dimostra l’importante opera di disseminazione dei contenuti e della volontà di parlare e attuare la resilienza nei varicontesti.

Ne è un esempio il protocollo firmato da cento Comuni della provincia di Potenza sulle “Città resilienti” sostenuto anche dal Capo del Dipartimento della Protezione civile nazionale, Franco Gabrielli; la nascita nel 2016 dell’Osservatorio Pratiche Resilienza; la centralità del tema che sempre più acquisisce anche a livello pubblico.

È un’iniziativa di Agosto 2018, la possibilità fornita da 100 Resilient Cities di estendere la rete globale a Città che vengono sponsorizzate da finanziatori locali godendo dei vantaggi e dei servizi del network e potendone attuare la metodologia36, ma grazie a “finanziatori individuali, filantropici, istituzionali o aziendali”37 Houston, grazie alla Shell Oil Company e alla sua volontà di “applicare soluzioni tecniche e strategiche ad alcuni dei progetti più complessi e agli ambienti più difficili del mondo”38, è la prima Città a sperimentare questa nuova modalità.

Giovanni Litt – IUAV Planning and Climate Change

 

 

1 Mezzi P. e Pelizzaro P., La città resiliente, Altreconomia, Milano, 2016, p. 9
2 Clima ed energia, Capire per agire, Graficat, Torino, 2010
3 Epigrafe di Rebecca Tarbotton, Rainforest Action Network
4 Folke, 2006
5 Mercalli L., Prepariamoci: A vivere in un Mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 59
6 Ravasio M. M., Resilienza, parola magica per ingannare la crisi, 7.05.2013, Corriere della Sera
7 www.minambiente.i
8 UNCED, Agenda 21, 1992, Rio de Janeiro, capitolo 28
9 www.unhabitat.org
10 Agenda 21 in Italia, Indagine sull’attuazione dei processi di Agenda 21 in Italia, Modena, 2004
11 www.onuitalia.it/sdg
12 Ban Ki-moon, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, 2016
13 www.unhabitat.org
14 UN Habitat, Trends in Urban Resilience, 2017
15 www.unhabitat.org/urban-initiatives/initiatives-programmes/city-resil-ience-profiling-programme
16 NazioniUnite,Risoluzionedell’AssembleageneraledelleNazioniUnite 56/195
17 www.unisdr.org
18 www.unisdr.org/campaign/resilientcities
19 Conferenza di Incheon “Costruire un’alleanza dei governi locali perla riduzione dei rischi di catastrofi”, Incheon, 2009
20 www.unisdr.org/partners/private-sector
21 www.pattodeisindaci.eu
22 www.paesitalia.it
23 www.euroinnovazione.eu
24 Panorama – Autunno 2016/N. 58, Un’agenda urbana per l’UE, Commissi- one Europea, Bruxelles, 2016
25 Corina Creţu, Commissario Europeo per la politica regionale
26 ForumPA, Dalla smart city alla città sostenibile, 2018
27 www.urban.jrc.ec.europa.eu
28 AsVis e Urban@it, L’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile: Obiettivi e proposte, 2017
29 www.sharingcities.eu
30 UNEP, Towards a Green Economy, 2009
31 Le imprese della green economy la via maestra per uscire dalla crisi green economy rapporto 2014, Edizioni Ambiente Milano, 2014
32 www.c40cities.org
33 www.c40reinventingcities.org
34 Comune di Milano, Valutazione Preliminare di Resilienza del Comune di Milano, Milano, 2018
35 www.100resilientcities.org
36 www.100resilientcities.org/sponsored-member-cities
37 P. Mezzi e P. Pelizzaro, La città resiliente, Altreconomia, Milano, 2016, p.56
38 P. Mezzi, Climate change/1. Le città europee si attrezzano così, Il Giornale dell’Architettura, ilgiornaledellarchitettura.com, 11.02.2018

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