Il mainstreaming come chiave per l’azione climatica: considerazioni dalla Pre-COP26 di Venezia

Il cambiamento climatico è ormai visibile a tutte le scale e in tutti i territori. Nonostante le conoscenze gli sforzi sono insufficienti a garantire gli Accordi internazionali. A partire dal convegno “Pianificazione resiliente e governo del territorio adattivo” all’interno della All4Climate si individuano alcune considerazioni attuative affinché la climate action sedimenti una contaminazione degli strumenti di governo del territorio, delle politiche, degli investimenti.

Sono crescenti gli eventi metereologici che raccontano come il mutamento globale del clima stia ledendo anche la tenuta territoriale e sociale dell’Italia così come del resto del pianeta, con eventi che si stanno verificando con alternativa potenza e intensità in differenti aree della terra. In Italia, in particolare, i cambiamenti climatici globali, uniti alla crescente impermeabilizzazione dei suoli (Munafò, 2020), stanno sempre più esacerbando il rischio territoriale e l’esposizione della popolazione alle temperature che crescono, ai letti dei fiumi che esondano, alle aree urbane che si allagano, all’acqua alta sempre più frequente ed incisiva, ecc. (Vignudelli, De Biasio, Scozzari, Zecchetto, Papa 2019; Paknazar 2020). È possibile affermare che il cambiamento climatico, oggi, è ormai visibile a tutte le scale e durante tutte le stagioni dell’anno e colpisce estensivamente tutto il territorio con differenti fenomeni più o meno impattanti. Il Report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente “Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016” (EEA 2016) e i più recenti scenari climatici per l’Italia pubblicati da CMCC (CMCC 2021), confermano un quadro critico, caratterizzato dal futuro intensificarsi di fenomeni di allagamenti urbani, inondazioni, mareggiate e acque alte, ondate di calore, ecc.

In maniera più evidente, negli ultimi decenni, un numero crescente di aree urbane e territori di scala vasta hanno iniziato propri percorsi per incorporare e aumentare misure di mitigazione e adattamento nei loro obiettivi politici anche grazie a una iniziale spinta della Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, al Covenant of Mayor e i successivi Piani di Azione per l’Energia Sostenibile – PAES e, consecutivamente, grazie ai Piani di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima – PAESC. Nonostante i progressi compiuti nel corso degli ultimi anni, però, sono ancora esigue e relegate a sforzi di mera volontarietà tanto le iniziative di mitigazione – indirizzate a ridurre l’immissione di gas clima-alteranti – quanto ancor di più le iniziative di adattamento – orientate a difendere e preparare le città dagli impatti climatici (Reckien et al 2018; Adami, Tubino, Ragazzi, Conti, Rada 2020). Ma le città e i territori, come anticipato, saranno sempre più esposti agli impatti climatici: ne consegue l’urgenza di incrementare politiche di mitigazione a strategie di adattamento (Corfee-Morlot, Cochra, Hallegatte et al 2010) al fine di rendere le città a prova di clima – climate-proof – modificando in maniera sostanziale il modo in cui sono pianificati, progettati e governati i territori, riducendo le emissioni e, al tempo stesso, rendendo i sistemi urbani più resilienti (Jabareen 2013) agli impatti di natura climatica, anche grazie ai contributi e alla aumentata consapevolezza dei cittadini.

Le nuove sfide indicate richiedono dei cambiamenti nelle pratiche socio-economiche, nella pianificazione e nella progettazione dello spazio fisico. Questo processo inizia da un necessario aumento della conoscenza dei territori in relazione agli effetti del cambiamento climatico: leggere e osservare i luoghi in chiave di vulnerabilità spaziale (Maragno 2018) agli impatti climatici richiede dati e informazioni che non sono sempre disponibili nei giacimenti informativi cogenti.
Le città, al fine di fronteggiare le sfide legate al cambiamento climatico, possono e devono trovare l’occasione per rivedere approcci, metodi, processi di governo. L’adattamento dei territori agli impatti climatici deve quindi diventare parte integrante degli strumenti urbanistici vigenti, affiancandosi alle normali pratiche di gestione, orientandone le riflessioni e le decisioni in relazione al clima: deve diventare mainstream (Bockel 2009; Rauken, Per Kristen Mydske, Marte Winsvold 2015). Per rendere efficiente ed effettivo questo processo, le città dovranno sperimentare nuove forme di governo del territorio per dare risposta al problema climatico, verificando nuovi modelli di gestione e diffusione dei dati, oltre a nuove tecnologie dell’informazione; in ambito urbano, dovranno essere testate nuove forme di coinvolgimento e partecipazione attiva di cittadini e rafforzate le collaborazioni tra Amministrazioni Pubbliche, Università e settore privato (Franco, Cappa 2021). La necessità fisica di adattamento delle città agli impatti climatici è una urgenza che pone le città di fronte ad una straordinaria opportunità di ripensare i propri modelli di sviluppo e gestione in ottica complessivamente sostenibile (Savino 2017; Musco, Maragno, Litt, Businaro 2020).

Le succitate questioni sono note da molto1, condivise nel mondo scientifico dai più – visto che oltre il 97% delle pubblicazioni scientifiche sul tema del cambiamento climatico converge affermativamente sulla sua realtà e sull’origine Antropica dei mutamenti climatici (di Paola 2015) -, eppure le politiche globali attuate e pensate non hanno mai prodotto i risultati sperati, facendoci continuare a vivere in città sotto i rischi del cambiamento climatico e in un modello economico co-responsabile dei disordini climatici e inadatto ad attivarsi per creare politiche resilienti. In questo frangente è solo negli ultimi anni che la sensibilità sta crescendo e si sta diffondendo in maniera sufficiente da incentivare una reale transizione: 

Infatti, alcune questioni relegate fino a pochi anni fa ad addetti ai lavori stanno diventando crescentemente più sentite nella consapevolezza collettiva: come evidenziato nell’ultimo Rapporto dell’Eurobarometro riguardo l’atteggiamento dei cittadini europei verso il cambiamento climatico, ad oggi, in Unione Europea, ad esempio, il 93% delle persone ritiene che il cambiamento climatico sia un problema serio (Eurobarometer 2019), mostrando un aumento di cinque punti percentuali rispetto al 2017, mentre nel 2009 solo per il 50% degli intervistati il “cambiamento climatico” era uno tra i problemi più gravi del mondo (Eurobarometer 2009): un aumento di oltre 40 punti percentuali in soli dieci anni. La crescente consapevolizzazione, dovuta sia a un aumento del dialogo pubblico su questi temi sta portando, parallelamente, a un incremento della concretizzazione di azioni trasformative del territorio in senso adattivo e di un aumento del mainstreaming degli strumenti e dei piani di governo del territorio (Magni et al 2021). È però importante che questa consapevolizzazione collettiva sui temi della resilienza urbana, dell’adattamento ai cambiamenti climatici, della costruzione di città climate-proof porti a una trasformazione complessiva che ci viene imposta dall’evidenza scientifica dei rischi che i territori e le città corrono. Solo se diffusa a livello trasversale – dalla popolazione ai tecnici, dai decisori politici al mondo della finanza e dell’industria, ecc. – la consapevolezza creerà trasformazioni profonde e diffuse (Ferlenga 2021) verso una necessaria e non più rinviabile accelerazione delle azioni compensative da intraprendere.

L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC (IPCC 2021), infatti, evidenzia come la soglia del riscaldamento globale concordata a livello internazionale di 1.5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali è pericolosamente vicina ed è quindi necessario intensificare urgentemente gli sforzi per rimanere entro il riscaldamento di 1.5° C.

Il processo di adattamento e di transizione climatica, fino ad ora, si è scontrato con notevoli difficoltà di attuazione, principalmente a causa di limiti nelle capacità progettuali, nelle conoscenze tecniche, nella disponibilità di risorse umane con cui spesso i Comuni e le amministrazioni di area vasta si scontrano nel costruire percorsi di adattamento al cambiamento climatico in modo autonomo. Queste difficoltà sono dovute ad alcuni principali gap:

  • Carenza di basi teoriche per l’adattamento;
  • Mancanza di un quadro conoscitivo coerente ed aggiornato;
  • Politiche di adattamento e mitigazione pensate a scala comunale, senza tenere conto del fatto che gli impatti dei cambiamenti climatici coinvolgono contesti territoriali ampi, tali per cui le risposte a questi problemi necessitano di essere pianificate a scala altrettanto vasta.
  • Mancanza di vision territoriali;
  • Approccio risolutivo settoriale e non globale: l’adattamento e la mitigazione vengono relegati a Piani specifici, non sempre in grado di dialogare con la pianificazione cogente (Musco, Magni, Litt, Carraretto, 2020).

Ecco, quindi, che attivare percorsi collaborativi –in termini di condivisione delle informazioni, di intenti, di risorse, ecc. – tra livelli di governo del territorio differente e tra enti di natura pubblica e privata diventa necessario.

In questo contesto risulta di fondamentale importanza nello scenario globale l’apporto metodologico e di spinta decisoria che può, finalmente, apportare la COP26 di Glasgow. La COP26 – il vertice della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici sul clima che si terrà nella città inglese nel novembre 2021 sotto la presidenza del Regno Unito in collaborazione con l’Italia – risulta fondamentale sia nei tempi – derivanti da un sostegno consapevole della cittadinanza che dalle urgenze di risposte – che nei metodi.

La COP 26 definisce 4 risultati da raggiungere: 1) Assicurare emissioni globali zero entro il 2050 per mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 1.5 °. Per fare ciò si chiede ai Paesi di presentare obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni entro il 2030 che si allineino al raggiungimento della carbon neutrality entro il 2050. I Paesi dovranno: a) Accelerare l’eliminazione graduale delle fonti fossili; b) Ridurre la deforestazione; c) Accelerare il passaggio a veicoli elettrici; d) Incoraggiare gli investimenti nelle energie rinnovabili; 2) Adattarsi per proteggere le comunità e gli habitat naturali. Il clima sta già cambiando e continuerà a cambiare anche nel caso in cui le emissioni climalteranti vengano ridotte. Gli effetti saranno devastanti. La COP26 forzerà la collaborazione e il sostegno, a: a) Proteggere e ripristinare gli ecosistemi; b) Costruire difese, sistemi di allarme e infrastrutture resilienti e l’agricoltura per evitare la perdita di case, mezzi di sostentamento e anche vite umane; 3) Mobilitare i finanziamenti. Al fine di raggiungere i primi due obiettivi, i Paesi sviluppati dovranno mantenere la promessa di attivare almeno 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima entro il 2020. Collaboreranno anche le istituzioni finanziarie internazionali per liberare i trilioni di finanziamenti del settore privato e pubblico necessari per assicurare la carbon neutrality globale; 4) Lavorare insieme per raggiungere i risultati. La COP26 dovrà: a) Rendere operativo il regolamento di Parigi; b) Accelerare l’azione per affrontare la crisi climatica attraverso la collaborazione tra governi, imprese e società civile.

La COP26 è preceduta, come usualmente avviene per ogni COP, da una pre-COP26, la riunione preparatoria tenuta circa un mese prima della Conferenza delle Parti ha lo scopo di fornire un contesto informale per discutere e scambiare opinioni su alcuni aspetti politici chiave dei negoziati e offrire orientamenti politici per i successivi negoziati. Quest’anno la pre-COP26, coordinata dal Ministero per la Transizione Ecologica, si è tenuta a Milano tra il 30 settembre e 2 ottobre 2021 alla presenza di oltre 40 Paesi rappresentanti del segretariato dell’UNFCCC – United Nations Framework Convention on Climate Change, i presidenti degli organi sussidiari della convenzione e una serie di soggetti interessati che svolgono un ruolo chiave nella lotta contro i cambiamenti climatici o nella transizione verso uno sviluppo sostenibile.

Figura 1: l’immagine simbolo dell’evento #All4Climate nella pre-COP26 di Venezia

La presente riflessione nasce a partire dal convegno tenutosi a Venezia – un contesto unico che la Città e il Nord-Est in generale rappresentano e per il modo in cui queste aree stanno sperimentando, in modo più evidente e pericoloso di altri, gli effetti dei cambiamenti climatici – il 27 settembre 2021 dal titolo “Pianificazione resiliente e governo del territorio adattivo: dall’impegno locale al supporto dell’area vasta”2 all’interno del calendario degli eventi della All4Climate – Italy 20213, all’interno del quale si sono analizzati e raccontati gli sforzi che, in particolare nel Bacino Padano, amministrazioni ed enti privati stanno avviando a varia scala e titolo e offrire spunti perché la pianificazione dell’adattamento e la gestione del rischio siano incluse in maniera cogente e strutturale nelle pratiche di Governo del Territorio. Il convegno ha ospitato contributi da parte dell’Ateneo veneziano, delle Regioni del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, della Città Metropolitana di Venezia, dei Comuni di Milano, Padova, Mantova, di Confindustria di Venezia e Rovigo, di Confartigianato Imprese Città Metropolitana Venezia, di CORILA – Consorzio per il coordinamento delle ricerche inerenti al sistema lagunare di Venezia, anche in ottica di promuovere l’Obiettivo 17 degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, “Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile”.

Per poter rispondere in maniera efficacie alle esigenze di adattamento territoriale sono quindi necessarie:

  • una maggiore consapevolezza delle vulnerabilità territoriali agli effetti del cambiamento climatico su ogni settore della pubblica amministrazione per comprendere i potenziali effetti;
  • una riorganizzazione delle strutture pubbliche, rendendo capillare ed uniforme l’uso di strumenti ICT – Information and Communication Technologies (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione) (Maragno 2018);  
  • la condivisione e l’aggiornamento di dati territoriali;
  • il dialogo tanto orizzontale quanto verticale tra Piani;
  • l’utilizzo di indicatori per verificare il raggiungimento dei risultati integrandoli nei documenti operativi (ad esempio i Documenti Unici di Programmazione);
  • la valorizzazione di quanto già fatto riguardo a questi temi anche laddove non sempre categorizzati con la nomenclatura attuale;
  • il sostegno al ruolo degli enti sovraordinati quali enti per collegare gli obiettivi nazionali o sovranazionali con gli strumenti locali cogenti, in fase di aggiornamento;
  • la stesura di apposite linee guida tecniche per agevolare la condivisione delle conoscenze e l’attuazione diffusa del mainstreaming;
  • lo sviluppo di un approccio al territorio attento alle evidenze dei cambiamenti climatici;
  • un’estensione del confronto e della complessità della discussione sui cambiamenti climatici ad altri settori della pianificazione di area vasta, ad esempio, il consumo di suolo, la mobilità, l’energia, la salute e la sicurezza (Magni et al. 2021).

Se, come si è evinto nell’introduzione, a partire dalla fine degli anni ‘90, la necessità di affrontare le dinamiche del cambiamento climatico nelle città è stata riconosciuta a livello istituzionale, accademico e operativo nelle pratiche di gestione territoriale, il percorso di adattamento di molti enti locali e sovraordinati ha fatto suo questo principio, impegnandosi sull’incremento della conoscenza a supporto della pianificazione di area vasta aumentando i livelli di conoscenza disponibili e supportando il percorso di superamento delle difficoltà di livello economico e tecnico che spesso i Comuni incontrano nell’avviare processi di adattamento site-specific, che coinvolgano allo stesso tempo differenti amministrazioni ed enti: per il diverso ruolo che possono avere, per la transcalarità delle azioni, per la convergenza di necessità di più Comuni su uno specifico tema e, non per ultimo, perché gli effetti dei cambiamenti climatici superano i confini amministrativi: agire in maniera coordinata è una scelta tanto efficiente nel risparmiare tempo, risorse e mezzi, quanto efficacie nel raggiungere lo scopo.

Le Città Metropolitane e le Regioni, come ente intermedio e di supporto, hanno l’opportunità di iniziare ad acquisire un ruolo da protagonista come garanti di responsabilità e competenze adeguate a rispondere a problemi di scala vasta andando oltre la solita dicotomia tra Comune forte (ricco) e debole (privo di risorse finanziarie e tecniche). Gli stessi enti possono essere il livello amministrativo più adatto per il supporto informativo e conoscitivo, l’accompagnamento tecnico, il supporto scientifico, il dialogo verticale tra enti. 

Riflettiamo, infine, sul fatto che trarre conclusioni definitive ed esaustive a partire da un singolo evento o da un singolo territorio, in un contesto in cui il palinsesto di riflessioni è esponenzialmente denso, è molto limitante soprattutto considerando che il mainstreaming è un percorso che va contestualizzato. Diventa quindi necessario riconoscere il limite delle singole iniziative anche laddove riescono a includere attori afferenti a differenti livelli di enti e a differenti mondi – pubblico, privato, terzo settore, ecc. 

Risulta però indispensabile uscire dalla logica per la quale i suddetti attori continuano – pur con un impegno da valorizzare – a lavorare grazie a politiche, finanziamenti, interventi straordinari, quando invece la climate action necessiterebbe di una contaminazione positiva, durevole, ampia degli strumenti di governo del territorio, delle politiche, degli investimenti. Contesti come quelli narrati nel presente testo possono, d’altro canto, sollecitare e potenziare le sinergie positive verso una normalità in cui la resilienza territoriale, l’adattamento e la mitigazione ai cambiamenti climatici, le pratiche climate-proof del governo del territorio siano precondizione di ogni intervento.

 

di Giovanni Litt, Carlo Federico dall’Omo
PhD Università Iuav di Venezia

Articolo pubblicato su Urbanistica Informazioni

 


1 A tal proposito si veda, come caso esemplare, il Rapporto “I limiti dello sviluppo”, di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III del 1972.

2 La conferenza è interamente visionabile al collegamento www.facebook.com/iuavplanningclimatechange

3 All4Climate – Italy 2021 è il contenitore lanciato dal Ministero della Transizione Ecologica in collaborazione con Connect4Climate del Gruppo Banca Mondiale e con la partecipazione di Regione Lombardia e Comune di Milano che mira a promuovere un dialogo attivo e costruttivo sulle sfide della crisi climatica e favorire il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. All4Climate raccoglie tutti gli eventi dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici che si svolgeranno in Italia quest’anno.


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