Antropocene
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Ecosistemici (servizi)
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Lockdown
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LETTERE DALL'ANTROPOCENE

PAROLE DIRETTAMENTE DALL'EPOCA DELL'UOMO
New deal (Green)
Orologio dell'Apocalisse
Public space
Qualità urbana
Risorse finite
Servizi ecosistemici
Tempus fugit/temporaneità
Urbanistica tattica
Vulberabilità
Zero emissioni
^ ANTROPOCENE: RIFIUTI, UNA DISCARICA DI PNEUMATICI, LAGHI DI LITIO CILENI, UN BAMBINO CHE NAVIGA IN UN MARE DI RIFIUTI

ANTROPOCENE

Secondo molti scienziati l’uomo è diventato un agente geologico, una forza tellurica e straripante al pari delle placche tettoniche, delle eruzioni vulcaniche e degli impatti di meteoriti, capace di modificare l’evoluzione del pianeta. Per questo, dicono, è arrivato il momento di introdurre l’Antropocene nella scala dei tempi geologici: viviamo in una nuova epoca geologica, l’epoca umana.

Il pianeta sta entrando, molto probabilmente, in una nuova era geologica: l’Antropocene. A proiettare la Terra in questa nuova era sono proprio le attività dell’uomo. La parola Antropocene, dal greco anthropos e kainos che significano rispettivamente essere umano e recente, indica letteralmente, l’”epoca dell’uomo” in cui per la prima volta, una sola specie, ha lasciato indelebilmente la sua impronta sull’ecosistema globale. Le organizzazioni internazionali dei geologi stanno considerando l'adozione del termine per indicare, appunto, una nuova epoca geologica che inizierebbe intorno al 1950, e farebbe terminare di fatto l’Olocene, tutto questo in base a precise considerazioni stratigrafiche. Ma il fenomeno dell’antropocene è già uscito dalla sua dimensione puramente scientifica, diventando terreno di incontro speculativo tra filosofi, storici del clima, giornalisti ambientali, artisti e attivisti. Dall’uso culturale del concetto di Antropocene è scaturito un dibattito mai così fecondo sui cambiamenti climatici.

“Per questo l’Iugs, l’Unione internazionale delle Scienze geologiche, avrà ora a disposizione tre anni per effettuare analisi sui sedimenti nei laghi, carotaggi nei ghiacci antartici, o ancora prelievi di campioni di coralli per ottenere la “prova” del passaggio all’Antropocene.
Secondo Jan Zalasiewicz, esperto britannico, non sarà difficile: plastica, alluminio, particelle di cemento possono essere considerate facilmente un segnale inequivocabile dell’impatto umano sulla Terra. Ma soprattutto, sottolinea il quotidiano Le Monde, potrebbe essere la radioattività dispersa a causa dei test e degli incidenti nucleari a rappresentare la traccia più tangibile dell’ingresso nella nuova era geologica.”

^ BLUE ECONOMY: PALE EOLICHE, STAZIONE PETROLIFERA, ANEMONI, BARRIERA CORALLINA

BLUE ECONOMY

Nonostante la nostra percezione antropocentrica, viviamo in una Pianeta che è per circa i tre quarti blu: l’oceano e i mari ricoprono il 75% della superficie terrestre, emettono il 50% dell’ossigeno che respiriamo, contribuiscono in modo insostituibile alla regolazione del clima, offrono servizi ecosistemici marini e costieri al 40% della popolazione mondiale. È un sistema che funziona – se non vi fossero ingerenze devastanti da parte della specie umana – garantendo il meglio per la salute e l'ambiente e che funziona in perfetta armonia.
Con questa consapevolezza è nato il concetto di blue economy. E alla fine, come spesso accade, non vi è nulla di nuovo, nessuna invenzione stratosferica. La blue economy, “nasce” - solo come termine - nel 2010 con il libro “Blue economy. Rapporto al Club di Roma. 10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro” dell’economista Gunter Pauli. Pauli ha fatto notare come sia sorprendente che le logiche economiche siano così infinitamente lontane da quelle naturali: per esempio la produzione di una batteria richiede più energia di quella che fornirà o quando beviamo una tazza di caffè ingeriamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta dall’agricoltore mentre il restante 99,8% è gettato via.
E’ stata dunque tracciata una via per avviare una forma di economia sostenibile che parta dalla biomimesi, la scienza che si occupa di studiare e imitare i processi biologici e biomeccanici della flora e della fauna. La blue economy significa proprio questo: studiare i meccanismi della natura per cercare soluzioni da applicare alle attività umane garantendo un modello di sviluppo economico basato sulla durabilità, sulla rinnovabilità e sul riutilizzo, senza inficiare le possibilità di crescita delle generazioni future, avendo cura del patrimonio e delle riserve naturali.
E se la green economy propone di indirizzare risorse ed energie per la riduzione dell’impatto delle attività produttive sull’ambiente entro limiti compatibili e di equilibrio tra lo sviluppo e la convivenza sul pianeta, la blue economy vuole annullare le emissioni dannose per il pianeta, rivoluzionando i sistemi di produzione per raggiungere l'obiettivo di una crescita ecosostenibile.
Allora è blue economy coltivare i funghi sui fondi di caffè altrimenti gettati, sfruttare il calore del corpo umano per caricare la batteria del cellulare, riprodurre i sistemi di raccolta dell'acqua di un coleottero per ridurre il riscaldamento globale, sostituire le lame dei rasoi usa e getta con fili di seta, inventare un pacemaker senza batterie che funziona con la temperatura corporea e la pressione generata dalla voce.
Come detto, nulla di nuovo: in natura non esistono rifiuti né tanto meno risorse inutili. Ciascuno e ogni cosa ha il proprio compito nel metabolismo complessivo e ciò che qualcuno considera scarto è in realtà fondamentale per qualcun altro. Questo è il concetto finale della blue economy: fare di più e meglio con ciò che si ha, riutilizzare le risorse puntando sui cicli chiusi, eliminare gli sprechi, trovare nuove tecniche di produzione e reindirizzare le esistenti, prevedere che elementi precedentemente sprecati o considerati inutilizzabili diventino merce utile a un’altra produzione, ottimizzare le virtù innate dei materiali.
“Un nuovo percorso che potrebbe cambiare il nostro modo di gestire questa Terra” per affrontare le problematiche della sostenibilità al di là della semplice conservazione avendo invece un approccio sistemico che colleghi le cose. Non una crescita economica, ma uno sviluppo che garantisca al contempo enormi e correlati impatti economici, sociali e ambientali.

Giovanni Litt - Planning and Climate Change Lab

^ CIRCOLARITA': MATERIA PRIMA, TRASFORMAZIONE, RIFIUTO, RICICLO

CIRCOLARITA'

La circolarità è quella caratteristica che hanno tutte le cose con forma circolare, con un andamento ed un movimento circolare, ovvero, con un divenire che è anche ritorno al punto di partenza. Negli ultimi anni il tema della circolarità è stato legato principalmente al tema ed ai principi dell’economia circolare ed al metabolismo urbano, alla necessità di ricreare la circolarità dei flussi di materia ed energia utilizzati dall’uomo. L’idea che sta alla base di questi due approcci è quella di replicare e simulare quello che avviene costantemente in natura, dove di fatto il rifiuto - inteso come qualcosa di nocivo ed inutile - non esiste, ma tutto ha una funzione ed un valore. In natura, attraverso dei processi di trasformazione, tutto viene riutilizzato in modo efficiente andando a creare valore e supportare altre forme di vita. Pertanto, applicare il concetto della circolarità all’economia significa immaginare e realizzare un modello di sviluppo non più lineare in cui (i) si estrae materia, (ii) si realizza un prodotto, (iii) si distribuisce, (iv) si consuma e (v) si getta come rifiuto. Un modello circolare di sviluppo sarà composto da fasi diverse e più articolate in cui (i) si estrae materia, (ii) si progetta in modo eco-innovativo un prodotto, (iii) si produce in modo efficiente, (iv) si distribuisce, (v) si consuma, riutilizza e ripara, (vi) si differenzia e infine (vii) si ricicla, tornando poi al punto (ii) in cui la materia riciclata torna nel ciclo produttivo attraverso una ri-progettazione. Allo stesso modo applicare i principi della circolarità allo sviluppo urbano implica ripensare le città e gli ambienti in cui viviamo in modo intelligente, affinché i flussi di materia (beni, acqua, cibo) ed energia possano essere utilizzati il più a lungo possibile, limitando gli sprechi, creando sinergie virtuose e rimanendo in cicli chiusi all’interno delle aree urbane, al fine di limitare il più possibile il trasporto, che consuma energia e produce inquinamento. In questa prospettiva la circolarità si associa molte volte alla sostenibilità, alla mitigazione e all’adattamento.

Giulia Lucertini - Planning and Climate Change Lab

^ DIGITALIZZAZIONE: CIRCUITI, PUNTATORE, FLUSSO DI DATI, PERSONAL COMPUTER

DIGITALIZZAZIONE

È noto come lo sviluppo tecnologico della connettività e l’uso massiccio della digitalizzazione della conoscenza (con Ai, Iot, big data e open data) offrano alle topologie di aggregazione e ai modelli insediativi emergenti nuovi orizzonti progettuali, modificando radicalmente il rapporto tra società e territori, tra città e cittadini e tra cittadini e informazioni. Queste opportunità generano importanti cambiamenti teorici e metodologici nelle pratiche di governo del territorio, con particolare riferimento alla raccolta e all’analisi dei dati, al monitoraggio ambientale, alla selezione degli argomenti pianificatori più rilevanti (marketing, turismo, commercio, ambiente, cultura, ecc.), fino alla costruzione e alla soluzione di nuovi progetti rigenerativi e di adattamento urbano, spesso alimentati grazie alle narrative e alle specificità di nuove eterotopie e organizzazioni socio-spaziali. Diversi effetti positivi si registrano sui rapporti di pianificazione urbanistica, tra cui: ‘città-economia’; ‘città-partecipazione’; ‘città-mobilità’; ‘città-clima’; ‘città-cultura’. In essi assumono nuove definizioni i criteri per valutare, pianificare e progettare gli effetti delle dimensioni di Smart City e Augmented City (“Città Aumentata”). Concetti come Smart City e Augmented City richiedono un approccio analitico critico, che ponga in rilievo la complessa configurazione ‘strutturale’ della città contemporanea in relazione al suo ‘ecosistema digitale’.
Il tema della ‘Città Aumentata’ trova nuove possibilità di riconoscimento e di risposta in diversi progetti europei ed extra-europei, spesso con programmi di sostegno finanziario provenienti da autorità governative sia nazionali che sovra-nazionali. L’obiettivo è quello di preparare la società del futuro allo sviluppo di una rete di connessioni digitali con cui definire un ventaglio di servizi innovativi e democratici su mobilità, partecipazione, assistenza, monitoraggio (real-time), energia, rigenerazione e adattamento. L’innovazione digitale può essere utilizzata secondo diverse logiche economiche, sociali e pianificatorie, ognuna delle quali suggerisce una propria applicazione del concetto di digitalizzazione e del modello di smart city. Queste applicazioni possono essere suddivise in due macro-categorie: una normativo-pragmatica ed una sperimentale.
La prima macro-categoria si riferisce all’impiego della tecnologia per creare un ambiente economico e urbano piacevole e competitivo, in grado di stimolare la creatività e la crescita economica. In questo dominio, progetti, studi e sperimentazioni sono rivolti a rafforzare la partecipazione pubblica e a sviluppare nuove tipologie di digitalizzazione dei servizi pubblici.
La seconda macro-categoria affronta lavori più sperimentali che propongono città e cittadini come generatori di informazione in tempo reale sfruttando flussi di connessione e un’architettura dell’informazione distribuita e condivisa. Questo approccio utilizza le informazioni per sviluppare progettualità urbane che creano valori (e a volte anche conflitti e tensioni) in termini sociali, economici ed ambientali.
Una particolare attenzione è dunque rivolta alla pianificazione in tempo reale, in cui si rileva come l’uso della digitalizzazione possa arricchire i modelli di governo del territorio se adeguatamente integrati con i quadri di rappresentazione virtuale dei processi di percezione economica e sociale. Le informazioni raccolte e prodotte all’interno di questi processi possono essere messe a disposizione di organizzazioni governative, non-governative, imprese, start-up, comunità e associazioni locali. Una implicazione strategica di questi processi è l’affermarsi di un adeguato innesto di innovazione digitale negli aspetti materiali della città, e in particolare nelle politiche di rigenerazione urbana connotate da un dinamico e mutevole rapporto dei pattern di movimento.

Gianfranco Pozzer - Planning and Climate Change Lab

1 La lettura topologica applicata agli insediamenti aggregativi contemporanei rileva l’aspetto dello sviluppo socio-economico di nuove eterotopie tra spazi pubblici e spazi privati.

2 Si veda a titolo esemplificativo: Batty M. (2016), “How Can Big Data Be Used in Urban Planning?”, alexandrinepress.co.uk, disponibile al sito: http://www.alexandrinepress.co.uk/planning-with-big-data; Ratti C. (2017), La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano, Torino: Einaudi; Ratti C. (2014a), Smart city, smart citizen, Milano: Egea.

3 Si veda Carta, M. (2017), The Augmented City. A paradigm shift, List.

^ ECOSISTEMICI (SERVIZI): SUPPORTO ALLA VITA (ATMOSFERA, ARIA PULITA), REGOLAZIONE (PROTEZIONE DAGLI EVENTI NATURALI), APPROVVIGIONAMENTO (ACCESSO ALL'ACQUA POTABILE, COLTIVAZIONE) e CULTURA

ECOSISTEMICI (SERVIZI)

Secondo il Millennium Ecosystem Assessment, con l'espressione “Servizi Ecosistemici” si intendono «i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano». Successivamente, tale definizione è stata ripresa ed integrata dal The Economics of Ecosystems and Biodiversity (TEEB) che ha definito i Servizi Ecosistemici «contributi diretti e indiretti degli ecosistemi al benessere umano». Più recentemente, nel 2016, il progetto LIFE+ MGN, sistematizzando le precedenti definizioni, descrive le funzioni ecosistemiche come «la capacità dei processi e dei componenti naturali di fornire beni e servizi che soddisfino, direttamente o indirettamente, le necessità dell'uomo e garantiscano la vita di tutte le specie». Esse si suddividono in quattro categorie principali: funzioni di “Supporto alla vita” (Supporting), di “Regolazione” (Regulating), di “Approvvigionamento” (Provisioning) e “Culturali” (Cultural). Queste funzioni offrono Servizi Ecosistemici, beni e servizi utili al soddisfacimento del benessere umano.
L'insieme di beni, processi e funzioni costituisce il Capitale Naturale, cioè lo stock di beni naturali che forniscono beni e servizi di valore, diretto e indiretto, per gli esseri umani e che sono indispensabili per la sopravvivenza dell'ambiente stesso da cui sono generati.
Le crescenti pressioni cui i sistemi naturali sono sottoposti determinano la compromissione del Capitale Naturale e, di conseguenza, dei Servizi Ecosistemici ad esso correlati. Tali pressioni sono determinate da decisioni politiche, sviluppo tecnologico, richieste e scelte di consumo che agiscono prevalentemente a scala regionale e locale. Per questo, la responsabilità riguardo il mantenimento del Capitale Naturale e della sua funzionalità è direttamente ricadente sul livello di governo del territorio più prossimo al problema.
Le risorse del Capitale Naturale sono il suolo, il sottosuolo, l'acqua, l'atmosfera, la biodiversità. Esso è determinato dalle interazioni tra le componenti viventi e non viventi che costituiscono un ecosistema e che danno luogo a funzioni specifiche. Il mantenimento della diversità funzionale garantisce una migliore adattabilità a stress e pressioni e una maggiore resilienza dei territori. Al contrario, la degradazione degli ecosistemi e la conseguente modificazione della loro funzionalità determina una progressiva perdita di capacità di produzione di beni e servizi indispensabili all'uomo.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive

^ FOOD POLICY: AZIONI PER LIMITARE LO SPRECO DI CIBO

FOOD POLICY

Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza rispetto alle tematiche ambientali, ha permesso di porre nuovi e necessari obiettivi di sostenibilità, volti a ristabilire un equilibrio, oggi gravemente compromesso. Tra i settori che più influiscono, si trova quello dell’alimentazione. Per comprendere, basti pensare al grande consumo di prodotti alimentari che prima di arrivare nei nostri piatti, percorrono migliaia di chilometri.
In questo senso, le città possono svolgere un ruolo rilevante e la food policy incarna l’espressione pubblica di questa volontà. Più precisamente, essa è costituita da politiche alimentari di supporto al governo della città, che mirano a rendere il sistema alimentare più sostenibile e resiliente. Questo insieme di politiche costituisce una strategia sul rapporto città-cibo, oltre che definire le azioni necessarie ad attuare tale visione, armonizzando in modo trasversale le iniziative messe in campo dall’amministrazione. Inoltre, una food policy è un’azione istituzionale che attua - con una visione sul medio e lungo periodo e un approccio sostenibile e circolare - la promozione e la capitalizzazione delle sinergie locali tra i diversi ambiti del sistema, quali: i) produzione; ii) trasformazione; iii) logistica; iv) distribuzione; v) consumo; vi) rifiuti. Per garantire un efficace e condivisa food policy, durante il processo di formazione - che deve garantire la più vasta partecipazione di attori - ci si deve porre alcuni interrogativi fondamentali, a cui cercare di dare risposta, come: quali abitudini alimentari sono presenti in città?; come viene prodotto, distribuito e consumato il cibo? quali sono le abitudini della spesa? vi è possibilità di acquistare prodotti a km zero? quanti soffrono di malnutrizione o di situazioni svantaggiate?” Partendo da interrogativi come questi, risulta possibile approfondire le dinamiche specifiche e dare soluzioni contestuali.
In conclusione, una Food Policy analizza il sistema alimentare della città nella sua interezza, ponderando punti di forza e debolezza, allo scopo di identificare il set di azioni da attuare in modo prioritario per migliorare la sostenibilità del sistema, in termini sociali, ambientali ed economici.

Gianmarco Di Giustino – Università Iuav di Venezia

^ GREENWASHING: L'INDUSTRIA SI TRAVESTE DA NATURA. I PRODOTTI NE EREDITANO LE QUALITA' GREEN

GREENWASHING

Ambientalismo è una parola ormai ricorrente nel nostro quotidiano, facendo affiorare tematiche sensibili che abbracciano ogni aspetto del consumo: dalla produzione all’acquisto del prodotto finito; ed è vero che le aziende, per mantenere la propria presenza sul mercato, si stanno piegando – più o meno intenzionalmente – a politiche di Corporate Social Responsibility.
Chi tra questi affronta la propria responsabilità sociale come un dovere, spesso ricorre a investimenti economici che si limitano all’impostazione di politiche di comunicazione sostenibile – il greenwashing, piuttosto che andare a radicarsi nei processi produttivi.
Viviamo in una società dominata dai consumi, secondo le parole di Bauman, dove l’individuo si definisce attraverso ciò che possiede. Questo approccio facilita e lascia ampio margine di manovra alle aziende che, spinte da interessi economici, decidono consapevolmente di ricorrere a meccanismi di facciata per rendere il proprio prodotto maggiormente appetibile. Un orientamento che piuttosto che indicare il progresso, porta verso la destinazione contraria.
Se da un lato quindi ci scontriamo con una forte superficialità d’analisi e altrettanta mancanza di spirito critico con cui alcuni consumatori si approcciano ai prodotti, è pur vero che larga fetta della popolazione sta affrontando con sempre maggiore consapevolezza e attenzione l’approccio a uno stile di vita sostenibile, ponendo quindi forte attenzione all’attendibilità delle posizioni green delle aziende.
Il richiamo all’ecologia, all’eco-sostenibilità e a tutto ciò che ne consegue – salvaguardia del pianeta, riduzione del riscaldamento globale, difesa delle specie a rischio di estinzione, per citarne alcune – a livello comunicativo, posiziona il prodotto nella mente dei clienti suscitando sensazioni positive e, soprattutto, di fiducia. Ma non solo: comunicazione e PR sono, a tutti gli effetti, capaci di orientare i comportamenti d’acquisto e influenzare le scelte individuali.
Verificare costantemente che ciò che dichiarato dalle aziende sia attendibile è fondamentale per essere sicuri che le scelte che compiamo siano verdi a tutti gli effetti, e non solo un abuso di concetto.

Carlo Federico Dall'Omo – Università Iuav di Venezia