Antropocene
Blue Economy
Circolarità
Digitalizzazione
Ecosistemici (servizi)
Food policy
Greenwashing
Housing sociale
Impatti
Lockdown
Mainstreaming

LETTERE DALL'ANTROPOCENE

PAROLE DIRETTAMENTE DALL'EPOCA DELL'UOMO
New deal (Green)
Orologio dell'Apocalisse
Public space
Qualità urbana
Risorse finite
Sussidiarietà
Tempus fugit/temporaneità
Urbanistica tattica
Vulberabilità
Zero emissioni
^ ANTROPOCENE: RIFIUTI, UNA DISCARICA DI PNEUMATICI, LAGHI DI LITIO CILENI, UN BAMBINO CHE NAVIGA IN UN MARE DI RIFIUTI

ANTROPOCENE

Secondo molti scienziati l’uomo è diventato un agente geologico, una forza tellurica e straripante al pari delle placche tettoniche, delle eruzioni vulcaniche e degli impatti di meteoriti, capace di modificare l’evoluzione del pianeta. Per questo, dicono, è arrivato il momento di introdurre l’Antropocene nella scala dei tempi geologici: viviamo in una nuova epoca geologica, l’epoca umana. Il pianeta sta entrando, molto probabilmente, in una nuova era geologica: l’Antropocene. A proiettare la Terra in questa nuova era sono proprio le attività dell’uomo. La parola Antropocene, dal greco anthropos e kainos che significano rispettivamente essere umano e recente, indica letteralmente, l’”epoca dell’uomo” in cui per la prima volta, una sola specie, ha lasciato indelebilmente la sua impronta sull’ecosistema globale. Le organizzazioni internazionali dei geologi stanno considerando l'adozione del termine per indicare, appunto, una nuova epoca geologica che inizierebbe intorno al 1950, e farebbe terminare di fatto l’Olocene, tutto questo in base a precise considerazioni stratigrafiche. Ma il fenomeno dell’antropocene è già uscito dalla sua dimensione puramente scientifica, diventando terreno di incontro speculativo tra filosofi, storici del clima, giornalisti ambientali, artisti e attivisti. Dall’uso culturale del concetto di Antropocene è scaturito un dibattito mai così fecondo sui cambiamenti climatici. “Per questo l’Iugs, l’Unione internazionale delle Scienze geologiche, avrà ora a disposizione tre anni per effettuare analisi sui sedimenti nei laghi, carotaggi nei ghiacci antartici, o ancora prelievi di campioni di coralli per ottenere la “prova” del passaggio all’Antropocene. Secondo Jan Zalasiewicz, esperto britannico, non sarà difficile: plastica, alluminio, particelle di cemento possono essere considerate facilmente un segnale inequivocabile dell’impatto umano sulla Terra. Ma soprattutto, sottolinea il quotidiano Le Monde, potrebbe essere la radioattività dispersa a causa dei test e degli incidenti nucleari a rappresentare la traccia più tangibile dell’ingresso nella nuova era geologica.”

^ BLUE ECONOMY: PALE EOLICHE, STAZIONE PETROLIFERA, ANEMONI, BARRIERA CORALLINA

BLUE ECONOMY

Nonostante la nostra percezione antropocentrica, viviamo in una Pianeta che è per circa i tre quarti blu: l’oceano e i mari ricoprono il 75% della superficie terrestre, emettono il 50% dell’ossigeno che respiriamo, contribuiscono in modo insostituibile alla regolazione del clima, offrono servizi ecosistemici marini e costieri al 40% della popolazione mondiale. È un sistema che funziona – se non vi fossero ingerenze devastanti da parte della specie umana – garantendo il meglio per la salute e l'ambiente e che funziona in perfetta armonia.
Con questa consapevolezza è nato il concetto di blue economy. E alla fine, come spesso accade, non vi è nulla di nuovo, nessuna invenzione stratosferica. La blue economy, “nasce” - solo come termine - nel 2010 con il libro “Blue economy. Rapporto al Club di Roma. 10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro” dell’economista Gunter Pauli. Pauli ha fatto notare come sia sorprendente che le logiche economiche siano così infinitamente lontane da quelle naturali: per esempio la produzione di una batteria richiede più energia di quella che fornirà o quando beviamo una tazza di caffè ingeriamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta dall’agricoltore mentre il restante 99,8% è gettato via.
E’ stata dunque tracciata una via per avviare una forma di economia sostenibile che parta dalla biomimesi, la scienza che si occupa di studiare e imitare i processi biologici e biomeccanici della flora e della fauna. La blue economy significa proprio questo: studiare i meccanismi della natura per cercare soluzioni da applicare alle attività umane garantendo un modello di sviluppo economico basato sulla durabilità, sulla rinnovabilità e sul riutilizzo, senza inficiare le possibilità di crescita delle generazioni future, avendo cura del patrimonio e delle riserve naturali.
E se la green economy propone di indirizzare risorse ed energie per la riduzione dell’impatto delle attività produttive sull’ambiente entro limiti compatibili e di equilibrio tra lo sviluppo e la convivenza sul pianeta, la blue economy vuole annullare le emissioni dannose per il pianeta, rivoluzionando i sistemi di produzione per raggiungere l'obiettivo di una crescita ecosostenibile.
Allora è blue economy coltivare i funghi sui fondi di caffè altrimenti gettati, sfruttare il calore del corpo umano per caricare la batteria del cellulare, riprodurre i sistemi di raccolta dell'acqua di un coleottero per ridurre il riscaldamento globale, sostituire le lame dei rasoi usa e getta con fili di seta, inventare un pacemaker senza batterie che funziona con la temperatura corporea e la pressione generata dalla voce.
Come detto, nulla di nuovo: in natura non esistono rifiuti né tanto meno risorse inutili. Ciascuno e ogni cosa ha il proprio compito nel metabolismo complessivo e ciò che qualcuno considera scarto è in realtà fondamentale per qualcun altro. Questo è il concetto finale della blue economy: fare di più e meglio con ciò che si ha, riutilizzare le risorse puntando sui cicli chiusi, eliminare gli sprechi, trovare nuove tecniche di produzione e reindirizzare le esistenti, prevedere che elementi precedentemente sprecati o considerati inutilizzabili diventino merce utile a un’altra produzione, ottimizzare le virtù innate dei materiali.
“Un nuovo percorso che potrebbe cambiare il nostro modo di gestire questa Terra” per affrontare le problematiche della sostenibilità al di là della semplice conservazione avendo invece un approccio sistemico che colleghi le cose. Non una crescita economica, ma uno sviluppo che garantisca al contempo enormi e correlati impatti economici, sociali e ambientali.

Giovanni Litt - Planning and Climate Change Lab

^ CIRCOLARITA': MATERIA PRIMA, TRASFORMAZIONE, RIFIUTO, RICICLO

CIRCOLARITA'

La circolarità è quella caratteristica che hanno tutte le cose con forma circolare, con un andamento ed un movimento circolare, ovvero, con un divenire che è anche ritorno al punto di partenza. Negli ultimi anni il tema della circolarità è stato legato principalmente al tema ed ai principi dell’economia circolare ed al metabolismo urbano, alla necessità di ricreare la circolarità dei flussi di materia ed energia utilizzati dall’uomo. L’idea che sta alla base di questi due approcci è quella di replicare e simulare quello che avviene costantemente in natura, dove di fatto il rifiuto - inteso come qualcosa di nocivo ed inutile - non esiste, ma tutto ha una funzione ed un valore. In natura, attraverso dei processi di trasformazione, tutto viene riutilizzato in modo efficiente andando a creare valore e supportare altre forme di vita. Pertanto, applicare il concetto della circolarità all’economia significa immaginare e realizzare un modello di sviluppo non più lineare in cui (i) si estrae materia, (ii) si realizza un prodotto, (iii) si distribuisce, (iv) si consuma e (v) si getta come rifiuto. Un modello circolare di sviluppo sarà composto da fasi diverse e più articolate in cui (i) si estrae materia, (ii) si progetta in modo eco-innovativo un prodotto, (iii) si produce in modo efficiente, (iv) si distribuisce, (v) si consuma, riutilizza e ripara, (vi) si differenzia e infine (vii) si ricicla, tornando poi al punto (ii) in cui la materia riciclata torna nel ciclo produttivo attraverso una ri-progettazione. Allo stesso modo applicare i principi della circolarità allo sviluppo urbano implica ripensare le città e gli ambienti in cui viviamo in modo intelligente, affinché i flussi di materia (beni, acqua, cibo) ed energia possano essere utilizzati il più a lungo possibile, limitando gli sprechi, creando sinergie virtuose e rimanendo in cicli chiusi all’interno delle aree urbane, al fine di limitare il più possibile il trasporto, che consuma energia e produce inquinamento. In questa prospettiva la circolarità si associa molte volte alla sostenibilità, alla mitigazione e all’adattamento.

Giulia Lucertini - Planning and Climate Change Lab

^ DIGITALIZZAZIONE: CIRCUITI, PUNTATORE, FLUSSO DI DATI, PERSONAL COMPUTER

DIGITALIZZAZIONE

È noto come lo sviluppo tecnologico della connettività e l’uso massiccio della digitalizzazione della conoscenza (con Ai, Iot, big data e open data) offrano alle topologie di aggregazione e ai modelli insediativi emergenti nuovi orizzonti progettuali, modificando radicalmente il rapporto tra società e territori, tra città e cittadini e tra cittadini e informazioni. Queste opportunità generano importanti cambiamenti teorici e metodologici nelle pratiche di governo del territorio, con particolare riferimento alla raccolta e all’analisi dei dati, al monitoraggio ambientale, alla selezione degli argomenti pianificatori più rilevanti (marketing, turismo, commercio, ambiente, cultura, ecc.), fino alla costruzione e alla soluzione di nuovi progetti rigenerativi e di adattamento urbano, spesso alimentati grazie alle narrative e alle specificità di nuove eterotopie e organizzazioni socio-spaziali. Diversi effetti positivi si registrano sui rapporti di pianificazione urbanistica, tra cui: ‘città-economia’; ‘città-partecipazione’; ‘città-mobilità’; ‘città-clima’; ‘città-cultura’. In essi assumono nuove definizioni i criteri per valutare, pianificare e progettare gli effetti delle dimensioni di Smart City e Augmented City (“Città Aumentata”). Concetti come Smart City e Augmented City richiedono un approccio analitico critico, che ponga in rilievo la complessa configurazione ‘strutturale’ della città contemporanea in relazione al suo ‘ecosistema digitale’.
Il tema della ‘Città Aumentata’ trova nuove possibilità di riconoscimento e di risposta in diversi progetti europei ed extra-europei, spesso con programmi di sostegno finanziario provenienti da autorità governative sia nazionali che sovra-nazionali. L’obiettivo è quello di preparare la società del futuro allo sviluppo di una rete di connessioni digitali con cui definire un ventaglio di servizi innovativi e democratici su mobilità, partecipazione, assistenza, monitoraggio (real-time), energia, rigenerazione e adattamento. L’innovazione digitale può essere utilizzata secondo diverse logiche economiche, sociali e pianificatorie, ognuna delle quali suggerisce una propria applicazione del concetto di digitalizzazione e del modello di smart city. Queste applicazioni possono essere suddivise in due macro-categorie: una normativo-pragmatica ed una sperimentale.
La prima macro-categoria si riferisce all’impiego della tecnologia per creare un ambiente economico e urbano piacevole e competitivo, in grado di stimolare la creatività e la crescita economica. In questo dominio, progetti, studi e sperimentazioni sono rivolti a rafforzare la partecipazione pubblica e a sviluppare nuove tipologie di digitalizzazione dei servizi pubblici.
La seconda macro-categoria affronta lavori più sperimentali che propongono città e cittadini come generatori di informazione in tempo reale sfruttando flussi di connessione e un’architettura dell’informazione distribuita e condivisa. Questo approccio utilizza le informazioni per sviluppare progettualità urbane che creano valori (e a volte anche conflitti e tensioni) in termini sociali, economici ed ambientali.
Una particolare attenzione è dunque rivolta alla pianificazione in tempo reale, in cui si rileva come l’uso della digitalizzazione possa arricchire i modelli di governo del territorio se adeguatamente integrati con i quadri di rappresentazione virtuale dei processi di percezione economica e sociale. Le informazioni raccolte e prodotte all’interno di questi processi possono essere messe a disposizione di organizzazioni governative, non-governative, imprese, start-up, comunità e associazioni locali. Una implicazione strategica di questi processi è l’affermarsi di un adeguato innesto di innovazione digitale negli aspetti materiali della città, e in particolare nelle politiche di rigenerazione urbana connotate da un dinamico e mutevole rapporto dei pattern di movimento.

Gianfranco Pozzer - Planning and Climate Change Lab

1 La lettura topologica applicata agli insediamenti aggregativi contemporanei rileva l’aspetto dello sviluppo socio-economico di nuove eterotopie tra spazi pubblici e spazi privati.

2 Si veda a titolo esemplificativo: Batty M. (2016), “How Can Big Data Be Used in Urban Planning?”, alexandrinepress.co.uk, disponibile al sito: http://www.alexandrinepress.co.uk/planning-with-big-data; Ratti C. (2017), La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano, Torino: Einaudi; Ratti C. (2014a), Smart city, smart citizen, Milano: Egea.

3 Si veda Carta, M. (2017), The Augmented City. A paradigm shift, List.

^ ECOSISTEMICI (SERVIZI): SUPPORTO ALLA VITA (ATMOSFERA, ARIA PULITA), REGOLAZIONE (PROTEZIONE DAGLI EVENTI NATURALI), APPROVVIGIONAMENTO (ACCESSO ALL'ACQUA POTABILE, COLTIVAZIONE) e CULTURA

ECOSISTEMICI (SERVIZI)

Secondo il Millennium Ecosystem Assessment, con l'espressione “Servizi Ecosistemici” si intendono «i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano». Successivamente, tale definizione è stata ripresa ed integrata dal The Economics of Ecosystems and Biodiversity (TEEB) che ha definito i Servizi Ecosistemici «contributi diretti e indiretti degli ecosistemi al benessere umano». Più recentemente, nel 2016, il progetto LIFE+ MGN, sistematizzando le precedenti definizioni, descrive le funzioni ecosistemiche come «la capacità dei processi e dei componenti naturali di fornire beni e servizi che soddisfino, direttamente o indirettamente, le necessità dell'uomo e garantiscano la vita di tutte le specie». Esse si suddividono in quattro categorie principali: funzioni di “Supporto alla vita” (Supporting), di “Regolazione” (Regulating), di “Approvvigionamento” (Provisioning) e “Culturali” (Cultural). Queste funzioni offrono Servizi Ecosistemici, beni e servizi utili al soddisfacimento del benessere umano.
L'insieme di beni, processi e funzioni costituisce il Capitale Naturale, cioè lo stock di beni naturali che forniscono beni e servizi di valore, diretto e indiretto, per gli esseri umani e che sono indispensabili per la sopravvivenza dell'ambiente stesso da cui sono generati.
Le crescenti pressioni cui i sistemi naturali sono sottoposti determinano la compromissione del Capitale Naturale e, di conseguenza, dei Servizi Ecosistemici ad esso correlati. Tali pressioni sono determinate da decisioni politiche, sviluppo tecnologico, richieste e scelte di consumo che agiscono prevalentemente a scala regionale e locale. Per questo, la responsabilità riguardo il mantenimento del Capitale Naturale e della sua funzionalità è direttamente ricadente sul livello di governo del territorio più prossimo al problema.
Le risorse del Capitale Naturale sono il suolo, il sottosuolo, l'acqua, l'atmosfera, la biodiversità. Esso è determinato dalle interazioni tra le componenti viventi e non viventi che costituiscono un ecosistema e che danno luogo a funzioni specifiche. Il mantenimento della diversità funzionale garantisce una migliore adattabilità a stress e pressioni e una maggiore resilienza dei territori. Al contrario, la degradazione degli ecosistemi e la conseguente modificazione della loro funzionalità determina una progressiva perdita di capacità di produzione di beni e servizi indispensabili all'uomo.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI – Laboratori Urbani per Comunità Inclusive

^ FOOD POLICY: AZIONI PER LIMITARE LO SPRECO DI CIBO

FOOD POLICY

Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza rispetto alle tematiche ambientali, ha permesso di porre nuovi e necessari obiettivi di sostenibilità, volti a ristabilire un equilibrio, oggi gravemente compromesso. Tra i settori che più influiscono, si trova quello dell’alimentazione. Per comprendere, basti pensare al grande consumo di prodotti alimentari che prima di arrivare nei nostri piatti, percorrono migliaia di chilometri.
In questo senso, le città possono svolgere un ruolo rilevante e la food policy incarna l’espressione pubblica di questa volontà. Più precisamente, essa è costituita da politiche alimentari di supporto al governo della città, che mirano a rendere il sistema alimentare più sostenibile e resiliente. Questo insieme di politiche costituisce una strategia sul rapporto città-cibo, oltre che definire le azioni necessarie ad attuare tale visione, armonizzando in modo trasversale le iniziative messe in campo dall’amministrazione. Inoltre, una food policy è un’azione istituzionale che attua - con una visione sul medio e lungo periodo e un approccio sostenibile e circolare - la promozione e la capitalizzazione delle sinergie locali tra i diversi ambiti del sistema, quali: i) produzione; ii) trasformazione; iii) logistica; iv) distribuzione; v) consumo; vi) rifiuti. Per garantire un efficace e condivisa food policy, durante il processo di formazione - che deve garantire la più vasta partecipazione di attori - ci si deve porre alcuni interrogativi fondamentali, a cui cercare di dare risposta, come: quali abitudini alimentari sono presenti in città?; come viene prodotto, distribuito e consumato il cibo? quali sono le abitudini della spesa? vi è possibilità di acquistare prodotti a km zero? quanti soffrono di malnutrizione o di situazioni svantaggiate?” Partendo da interrogativi come questi, risulta possibile approfondire le dinamiche specifiche e dare soluzioni contestuali.
In conclusione, una Food Policy analizza il sistema alimentare della città nella sua interezza, ponderando punti di forza e debolezza, allo scopo di identificare il set di azioni da attuare in modo prioritario per migliorare la sostenibilità del sistema, in termini sociali, ambientali ed economici.

Gianmarco Di Giustino – Università Iuav di Venezia

^ GREENWASHING: L'INDUSTRIA SI TRAVESTE DA NATURA. I PRODOTTI NE EREDITANO LE QUALITA' GREEN

GREENWASHING

Ambientalismo è una parola ormai ricorrente nel nostro quotidiano, facendo affiorare tematiche sensibili che abbracciano ogni aspetto del consumo: dalla produzione all’acquisto del prodotto finito; ed è vero che le aziende, per mantenere la propria presenza sul mercato, si stanno piegando – più o meno intenzionalmente – a politiche di Corporate Social Responsibility.
Chi tra questi affronta la propria responsabilità sociale come un dovere, spesso ricorre a investimenti economici che si limitano all’impostazione di politiche di comunicazione sostenibile – il greenwashing, piuttosto che andare a radicarsi nei processi produttivi.
Viviamo in una società dominata dai consumi, secondo le parole di Bauman, dove l’individuo si definisce attraverso ciò che possiede. Questo approccio facilita e lascia ampio margine di manovra alle aziende che, spinte da interessi economici, decidono consapevolmente di ricorrere a meccanismi di facciata per rendere il proprio prodotto maggiormente appetibile. Un orientamento che piuttosto che indicare il progresso, porta verso la destinazione contraria.
Se da un lato quindi ci scontriamo con una forte superficialità d’analisi e altrettanta mancanza di spirito critico con cui alcuni consumatori si approcciano ai prodotti, è pur vero che larga fetta della popolazione sta affrontando con sempre maggiore consapevolezza e attenzione l’approccio a uno stile di vita sostenibile, ponendo quindi forte attenzione all’attendibilità delle posizioni green delle aziende.
Il richiamo all’ecologia, all’eco-sostenibilità e a tutto ciò che ne consegue – salvaguardia del pianeta, riduzione del riscaldamento globale, difesa delle specie a rischio di estinzione, per citarne alcune – a livello comunicativo, posiziona il prodotto nella mente dei clienti suscitando sensazioni positive e, soprattutto, di fiducia. Ma non solo: comunicazione e PR sono, a tutti gli effetti, capaci di orientare i comportamenti d’acquisto e influenzare le scelte individuali.
Verificare costantemente che ciò che dichiarato dalle aziende sia attendibile è fondamentale per essere sicuri che le scelte che compiamo siano verdi a tutti gli effetti, e non solo un abuso di concetto.

Carlo Federico Dall'Omo – Università Iuav di Venezia

^ HOUSING SOCIALE: ESEMPI DAL MONDO

HOUSING SOCIALE

La questione abitativa ha un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico, così come nelle agende politiche di molti Stati. Lo dimostrano le interessanti esperienze che si stanno sviluppando negli ultimi anni, in Italia come nel resto d’Europa. La ricerca di soluzioni abitative per quanti non possono soddisfare il primario bisogno di un alloggio adeguato - a causa dell’assenza di un’offerta adeguata o per ragioni economiche - è quindi uno tra gli ambiti di sperimentazione più interessanti anche per la rilevanza che può rivestire anche su questo tema il rapporto tra luoghi e comunità mettendo il cittadino al centro dei processi di pianificazione partecipata¹.
L’housing sociale - formalizzato a livello legislativo con la definizione di “Edilizia residenziale sociale” e di “Alloggio sociale” con il Decreto del Ministero delle Infrastrutture n.3904 del 22 aprile 2008 – vede, in Italia, un’offerta abitativa molto bassa: recenti studi attestano un numero di abitazioni pari a 5 per 100 famiglie, contro una media europea tre volte superiore, 16 abitazioni per 100 famiglie.
Ecco che l’housing sociale è una risposta che comprende l’offerta di alloggi, servizi, azioni e strumenti contestualmente migliorando e rafforzando “le condizioni abitative di queste persone attraverso la formazione di un contesto residenziale di qualità all’interno del quale sia possibile non solo accedere a un alloggio a canone calmierato, ma partecipare attivamente alla sperimentazione di nuove, o rinnovate, forme dell’abitare, nelle quali gli inquilini sono chiamati alla costruzione di una comunità sostenibile.”²
Gli elementi fondamentali dell’housing sociale sono: far convivere diverse fasce della popolazione; Offrire differenti soluzioni abitative e di contratto verso una ricca e diversificata composizione sociale; Comprendere servizi di differente natura, da quelli socio assistenziali e sanitari a servizi finanziari e di sviluppo della comunità; Coinvolgere i cittadini in processi decisionali per la gestione della comunità e delle residenze stesse; La collaborazione tra soggetti pubblici e privati.
Molti quartieri delle nostre città vedono innumerevoli gli immobili residenziali da riqualificare, sia sotto l’aspetto edilizio che ambientale e sociale. Si tratta di un ambito in cui è perciò possibile sperimentare l’integrazione tra diverse dimensioni e soggetti e nel quale, proprio attraverso interventi rigenerativi sul patrimonio, si può contribuire alla ricostruzione del tessuto sociale cittadino³.

Giovanni Litt – Università Iuav di Venezia

1 Francesco Musco, 2020
2 https://www.housingsocialefvg.it/fondo-housing-sociale-fvg/che-cose-lhousing-sociale/
3 Laura Fregolent, 2020

^ IMPATTI: ATTENTATO TERRORISTICO, MAISON FOND - THE MELTING HOUSE, GARE DU NORD PARIGI UN'INSTALLAZIONE SIMBOLO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, UN ALLAGAMENTO

IMPATTI

Effetto, influenza, influsso, scontro, urto, shock... sono molti i sinonimi di “impatto”, termine di uso comune che indica gli effetti di un determinato fenomeno.
In campo ambientale, l'art. 5, punto c) del D.Lgs. 152/2006 definisce l'impatto come «l'alterazione qualitativa e/o quantitativa dell'ambiente, inteso come relazioni fra i fattori antropici, chimici, naturalistici, climatici, paesaggistici, architettonici, culturali ed economici, in conseguenza dell'attuazione sul territorio di piani o programmi o della realizzazione di progetti relativi a particolari impianti, opere o interventi pubblici o privati, nonché la messa in esercizio delle relative attivit໹.
Gli impatti del cambiamento climatico consistono nella minaccia – o nelle minacce – avvertite in uno specifico territorio, esito della relazione tra clima, tessuto urbano e funzioni urbane. È per questo motivo che le azioni di adattamento devono essere specificamente studiate per quel determinato territorio in base agli impatti, siano essi shock – quegli eventi singoli, differenziati per territorio, sporadici, anche se tendenzialmente più intensi, che affliggono in maniera più pensante ed emergenziale il territorio – o stress – condizioni stabilizzate in quello specifico territorio (Musco et al., 2020)².
Nel proprio rapporto del 2014, l’IPCC utilizza il termine impatto principalmente in riferimento agli effetti sui sistemi naturali e umani causati da eventi climatici e meteorologici estremi. Valuta, quindi, le conseguenze che il mutamento climatico ha sulla salute, sui mezzi di sussistenza, sugli ecosistemi, sulle economie, sulle società, sui servizi e sulle infrastrutture³.
L’impatto climatico urbano è esito delle variabili hazard e città – quest'ultimo determinato dalla forma urbana, dai materiali, dai servizi ecositemici presenti e dalle variabili socio-economiche. Impatti possibili sono, ad esempio, aumento delle temperature, aumento della temperatura media dell’acqua, vento intenso, desertificazione, allagamenti, scioglimento dei ghiacciai, ecc.
L’impatto climatico urbano è esito delle variabili hazard (inteso come il potenziale verificarsi di un evento fisico che può causare la perdita di vite umane, lesioni o altri effetti sulla salute, nonché danni e perdita di proprietà, infrastrutture, mezzi di sussistenza, prestazione di servizi, ecosistemi e risorse ambientali) e vulnerability, frutto della sensitivity e dell’adaptive capacity. Si considera poi l’exposure, e cioè la presenza di persone, mezzi e strutture di sussistenza, specie o ecosistemi, funzioni ambientali, servizi e risorse, infrastrutture o beni economici, sociali o culturali in luoghi che potrebbero essere esposti alle avversità.
L’evidenza scientifica dovrebbe diventare il punto di partenza per la costruzione di politiche efficaci che riducano la vulnerabilità dei territori urbanizzati e proteggano le città e i Beni Comuni dagli eventi climatici estremi. Ciò porta a ridisegnare le politiche e i processi di gestione e pianificazione urbana e territoriale in una logica ex ante per ridurre le conseguenze degli impatti climatici in un’ottica di adattamento preventivo invece di ragionare secondo l’approccio emergenziale in una logica ex post⁴.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI

^ LOCKDOWN: PRATICHE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE ALL'APERTO, IL CONFINAMENTO NELLE PROPRIE CASE

LOCKDOWN

La pandemia scoppiata nei primi mesi del 2020 e tuttora in corso, con le limitazioni imposte alla libertà di circolazione e incontro, zone gialle, arancioni e rosse, lockdown e mini-lockdown, ha imposto l’avvio di una riflessione ampia sulle possibili strategie di superamento della crisi sanitaria, economica e sociale che si è generata. Ciononostante, sembra non essere ancora pienamente compresa la dimensione territoriale degli effetti prodotti dalla pandemia¹ e, di conseguenza, sembra essere ancora molto limitato il dibattito sulle aree urbane, sui modi in cui vengono costruite, abitate e vissute e sulla loro pianificazione post pandemia, partendo da quelle azioni di adattamento e da quelle attività emergenziali cui le città sono state costrette nell’ultimo anno.
L’urbanistica tattica, sperimentata in molte città nel mondo e in Italia, ha consentito, durante i mesi di lockdown, di adattare rapidamente lo spazio urbano per fronteggiare le nuove condizioni imposte dalla diffusione mondiale del Covid-19, con interventi temporanei, a basso costo e ad alto impatto comunicativo. Con questi interventi molte città sono state in grado di dedicare maggiore spazio a pedoni e ciclisti, per venire incontro alle esigenze di distanziamento e di non eccessivo sovraffollamento dei mezzi pubblici, senza per questo incrementare il ricorso all’auto privata.
Richard Sennet, visiting professor di Urban Studies al Massachussetts Institute of Technology e senior advisor per il programma ONU su cambiamento climatico e città individua nell’ “urbanismo aperto”, flessibile, l’unica strada per affrontare le sfide che le nostre città hanno di fronte: evitare il sovraffollamento, mantenendo però la densità e i contatti sociali, contrastare la diffusione di malattie e, allo stesso tempo, adattare le città agli impatti dei cambiamenti climatici².
Avendo imposto a molti la riscoperta della “vita di quartiere”, il lockdown ha aperto la strada a considerazioni riguardo la necessità di riqualificare aree marginali e periferiche, prendendo come punto di partenza la pianificazione delle aree verdi urbane e dei corridoi ecologici.
L’uscita dalla crisi potrà prodursi solo grazie ad un nuovo modello di sviluppo che punti all’equità sociale e alla sostenibilità ambientale e sia basato sulla mitigazione e sull’adattamento ai cambiamenti climatici i quali hanno giocato e possono giocare un ruolo rilevante nel turbamento dell’equilibrio di ecosistemi e per la salute e la sicurezza umane.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI

1 INU, Le proposte dell’Istituto Nazionale di Urbanistica per il superamento dell’emergenza e il rilancio del Paese, 15 maggio 2020, https://www.inu.it/wp-content/uploads/proposte-inu-15-maggio-2020.pdf

2 Battiston G., https://www.inu.it/blog/urbanistica_al_tempo_del_covid_19/dobbiamo-immaginare-strutture-flessibili-per-un-urbanesimo-aperto/

^ MAINSTREAMING

MAINSTREAMING

I cambiamenti climatici richiedono ormai una modifica degli attuali approcci al Governo del Territorio, sia in termini di riduzione della produzione di emissioni climalteranti sia nel rendere i sistemi urbani più resilienti alla progressiva variabilità del clima .Le risposte capaci di compensare le crescenti criticità devono tendere ad un aumento della resilienza sia dal punto di vista dell’incremento della protezione dei cittadini, sia del miglioramento generale delle condizioni ambientali e climatiche.
In quest’ottica, “se l’adattamento ai cambiamenti climatici prevede l’adozione di misure volte a contrastare, ridurre o provare a gestire gli effetti e le vulnerabilità presenti e future, diviene sempre più chiaro come tale approccio non possa solo significare protezione statica contro gli impatti negativi ma, rappresenti anche la predisposizione verso una maggiore resilienza al cambiamento stesso, traendo vantaggio dai suoi possibili benefici diretti ed indiretti.”
Nel contesto del cambiamento climatico, il mainstreaming si riferisce all’inclusione dell’aspetto climatico in programmi di sviluppo, politiche o strategie di gestione, già stabilite o in stato di attuazione”, così come lo sviluppo di iniziative specifiche di adattamento e mitigazione attivate separatamente. Il mainstreaming dell’adattamento gioca dunque un ruolo fondamentale a sostegno dei processi di Governo del Territorio, supportando l’urgente necessità di integrare questo tema nelle dinamiche di sviluppo del territorio.
“L’adattamento può essere interpretato come il risultato di un continuo processo di apprendimento e risposta, che richiede un notevole impegno alla collaborazione e alla creazione di spazi per l'apprendimento sociale, al fine di aumentare la capacità di interpretare in modo efficace i diversi contesti sociali e ambientali, gli assetti istituzionali, le pratiche e gli impegni delle molte parti interessate e la capacità di sviluppare nuove politiche e azioni concertate”.

Giovanni Litt – Iuav Planning and Climate change

1 Musco, Maragno, Magni, Innocenti, Negretto, Padova Resiliente, 2016

2 www.masteradapt.eu/wordpress/wp-content/uploads/2020/07/C3_LG_Unioni%20di%20Comuni.pdf

3 How to Mainstream Climate Change Adaptation and Mitigation into Agriculture Policies, 2009, by Bockel, L., FAO

4 Strategia Regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, Regione Sardegna, DGR n. 6/50 del 5 febbraio 2019

^ NEW DEAL GREEN

NEW DEAL GREEN

“I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l'Europa e il mondo. Per superare queste sfide, l'Europa ha bisogno di una nuova strategia per la crescita che trasformi l'Unione in un'economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva” in cui al 2050 sia garantita la neutralità climatica, lo sviluppo economico sia svincolato dallo sfruttamento delle risorse, nessuno e nessun luogo venga trascurato.
È per questo che la Commissione europea ha avviato una serie di iniziative con l'obiettivo generale di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050 volendo rivedere le leggi vigenti in materia di clima e introdurre nuove leggi sull'economia circolare, sulla riqualificazione degli edifici e degli spazi pubblici, sulla protezione della biodiversità, sull'agricoltura e sull'innovazione. Ciò renderebbe l'Europa il primo continente ad aver raggiunto la neutralità climatica e il più capace di trasformare le problematiche climatiche e le sfide ambientali in opportunità rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti.
L’Unione Europea ha voluto affrontare questa sfida con un Green New Deal che richiama il New Deal degli anni Trenta del secolo scorso promosso dal presidente americano Roosevelt - il programma di politica economica per contrastare la grande depressione negli Stati Uniti verso una più equa distribuzione della ricchezza e maggiore stabilità -, ma con l’aggiunta dell’aggettivo green che qualifica la visione verso cui va il deal: l’ecologia e la sostenibilità sotto ogni punto di vista.
L'Unione Europea fornirà dunque sostegno finanziario e assistenza tecnica per conseguire questo obiettivo e investire in tecnologie rispettose dell'ambiente, sostenere l'industria nell'innovazione, introdurre forme di trasporto più pulite, decarbonizzare il settore energetico, garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici, collaborare con i partner internazionali per migliorare gli standard ambientali mondiali.
L’espressione del Green New Deal però non è nuova: è stata infatti coniata dal giornalista americano Thomas Friedman, è stata già letta in un rapporto delle Nazioni Unite che, già nel 2009 chiedeva un Global green new Deal ed è stata già utilizzata dai democratici americani che han presentato al Congresso a inizio 2019 un Green New Deal di riforme economiche, basato sul rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change.
Insomma, una necessità e una direzione globale verso un Pianeta che finalmente non sia più minacciato dalla presenza dell’uomo.

Giovanni Litt – Iuav Planning and Climate change

1 www.ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it

2 www.nytimes.com/2019/01/08/opinion/green-new-deal.html

3 www.sustainabledevelopment.un.org/index.php?page=view&type=400&nr=670&menu=1515

4 www.congress.gov/bill/116th-congress/house-resolution/109 5 www.ipcc.ch/

^ OROLOGIO DELL'APOCALISSE

OROLOGIO DELL'APOCALISSE

Mancano solo 100 secondi alla fine del Mondo: le minacce di guerre nucleari, il rischio dato dall’epidemia in corso ma soprattutto l’ostinato negazionismo dei cambiamenti climatici, hanno fatto nuovamente avanzare alla Federation of Atomic Scientists la lancetta metaforica del Doomsday Clock fino a 100 secondi dalla mezzanotte: “Gli esseri umani possono gestire i pericoli posti dalla tecnologia moderna, anche in tempi di crisi. Ma se l'umanità vuole evitare una catastrofe esistenziale […] i leader nazionali devono fare un lavoro molto migliore nel contrastare la disinformazione, prestare attenzione alla scienza e cooperare per ridurre i rischi globali”.
Il Doomsday clock - l’orologio del giudizio universale - nasce nel 1947 per un’idea degli scienziati della rivista Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago: è un orologio metaforico che indica i minuti che ci separano da una ipotetica fine del mondo - rappresentata dalla mezzanotte - a cui l’umanità va in contro. Fino al 2007 ne indicava l'arretramento solamente la minaccia di una guerra atomica, mentre dal 2007 in poi il pericolo è stato esteso a tutto ciò che può minare la vita della specie umana e l’esistenza della Terra in primis, dunque, i cambiamenti climatici.
L’orologio partì nel 1947 a sette minuti dalla mezzanotte e la massima lontananza fu di diciassette minuti nel 1991, mentre la massima vicinanza alla mezzanotte – due minuti - si raggiunse nel 1953 e, successivamente, nel 2018 e 2019. Il 2020, con soli 100 secondi, è, quindi, l’anno più vicino alla mezzanotte di sempre.
La decisione dei minuti alla mezzanotte spetta - a partire dal 1973 quando morì il fondatore del Bullettin Eugene Rabinowitch, scienziato e leader nel movimento internazionale per il disarmo - al Consiglio per la scienza e la sicurezza del Bulletin - composto da scienziati ed esperti con una profonda conoscenza della tecnologia nucleare e sulla scienza del clima – che, con la morte di Rabinowitch, si assunse la responsabilità di riunirsi due volte l'anno per discutere gli eventi mondiali e spostare la lancetta secondo necessità.

Giovanni Litt – Iuav Planning and Climate change

1 www.fas.org

2 Ed. Mecklin J.,This is your COVID wake-up call: It is 100 seconds to midnight, 2021 Doomsday Clock Statement, 2021, Chicago

3 www.thebulletin.org

4 www.atomicheritage.org/profile/eugene-rabinowitch

^ SPAZI PUBBLICI

PUBLIC SPACE

La creazione della città pubblica è da sempre elemento centrale nella formazione, nella costruzione e nella progettazione della città moderna. Negli anni, però, l'applicazione dei cosiddetti standard urbanistici, e cioè le dimensioni minime di spazio pubblico che la legislazione italiana impone nella costruzione dei piani urbanistici, è stata intesa principalmente in modo quantitativo, con scarsa attenzione alla qualità dello spazio che si andava a pianificare.
Per le discipline del progetto, dalla pianificazione all'urbanistica, per arrivare poi alla scala architettonica, diventa fondamentale riportare al centro della discussione e della riflessione progettuale il tema della qualità degli spazi pubblici, restituendo centralità alle molteplici esigenze di diverse categorie di abitanti e city users che possono, o potranno in futuro, usufruire degli spazi urbani, i quali dovranno necessariamente garantire usi e funzioni diversificati.

Le città che conosciamo sono state pianificate e realizzate per rispondere alle esigenze di una specifica categoria di persone: uomini adulti, normodotati, automuniti. Ogni cittadino, però, percepisce e vive la città e lo spazio urbano in modo diverso e dovrebbe avere la possibilità di esprimere le proprie opinioni ed esigenze in vario modo. Tale possibilità è spesso negata alle fasce di popolazione più deboli e meno rappresentate, come bambini, anziani, persone con difficoltà deambulatoria o con disagio psichico.
La complessità della città e delle popolazioni che la vivono deve portare ad un superamento del planning tradizionale. Il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei cittadini alla definizione delle decisioni inerenti il governo del territorio e i processi pianificatori diventa elemento imprescindibile per rifondare le nostre città in un'ottica inclusiva, al fine di garantire adeguati livelli di qualità della vita per tutti.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI

^ QUALITA' URBANA

QUALITA' URBANA

La qualità urbana, intesa pragmaticamente come il raggiungimento di parametri che definiscono livelli soddisfacenti nella qualità degli elementi fisici (aria, acqua, rumore, ecc.), sociali (accessibilità e spostamenti, servizi pubblici e privati, luoghi di incontro, rete commerciale, ecc.) e psicologici (accettazione, sicurezza, paesaggio, ecc.), è per sua definizione un concetto che contiene al proprio interno esperienze ed azioni che hanno come comune denominatore lo svolgersi in ambito urbano e una ricaduta sull’organizzazione territoriale e sociale.
Una buona qualità urbana può pertanto essere raggiunta solamente attraverso l’azione integrata e combinata di diversi attori pubblici e privati che convogliano i loro sforzi e le loro attenzioni verso un comune obiettivo. Qualità urbana e qualità della vita sono concetti fortemente interconnessi all’interno dei processi di pianificazione e gestione della città. Il miglioramento della qualità urbana della vita non è più una semplice questione di mattoni e malta, ma si rivolge espressamente alla soddisfazione dei diversi attributi urbani come i trasporti, la qualità degli spazi pubblici, le opportunità ricreative, i modelli di utilizzo del suolo, la densità di popolazione e di edifici e la facilità di accesso per tutti a beni di prima necessità, servizi e amenità pubbliche.
Lavorare quindi per migliorare la qualità urbana è un processo quanto mai complesso e non lineare, in quanto per comprendere su cosa operare, non si deve includere solo l'essenza stessa dei parametri di qualità, ma bisogna includere anche tutte le dinamiche e le relazioni reticolari che esistono tra le varie dimensioni di questo concetto.
Va notato infine, che oggi, la qualità urbana non si riferisce più solamente alla qualità della vita nelle aree urbane, come convenzionalmente noto, ma coinvolge un ambito più ambio che guarda alla qualità dell'ambiente di vita sia nelle aree urbane che in quelle rurali.

Filippo Magni – IUAV Planning & Climate Change

^ RISORSE FINITE: ESTRAZIONE DI PETROLIO, ESTRAZIONE DI COBALTO, UNA CAVA

RISORSE FINITE

La prima denuncia di insostenibilità del nostro modello di sviluppo avvenne addirittura nel 1972, quando il Club di Roma, presieduto e fondato nel 1968 da Aurelio Peccei ci avvertì de “I limiti dello Sviluppo”: continuando ai livelli di crescita e sfruttamento delle risorse naturali di quel tempo, entro qualche decennio dall'uscita del rapporto l’umanità si sarebbe scontrata con i limiti fisici del Pianeta; il rapporto avvisò contestualmente che si sarebbe potuta raggiungere una stabilità ecologica ed economica con uno sguardo sostenibile a lungo raggio solo considerando che ogni abitante della Terra vedesse soddisfatte le proprie necessità con il medesimo potenziale di un altro qualunque abitante del Pianeta.
La smentita non avvenne tardi, anzi, poiché, già nel 1971, l’anno precedente alla pubblicazione del report, questo successe: a partire dal 21 dicembre 1971 le risorse utilizzate da lì al 31 gennaio vennero rubate all’anno successivo. Da allora, quanto la Terra è in grado di ricreare, non è sufficiente per l’anno intero e ogni anno il cosiddetto Overshoot day arretra, per arrivare al 2020, quando questa data è stata il 22 agosto: ben centocinquantadue giorni nell’arco di un anno hanno fisicamente rubato il capitale naturale della Terra ai futuri abitanti del Pianeta. Peggio ancora per l’Italia, quando questa data è arrivata il 13 Maggio, e che ci sta facendo vivere rubando le risorse ai nostri figli e ai posteri che, semplicemente, non ne potranno godere.
E in generale, secondo il Living Planet Report 2014 del WWF, il nostro Pianeta è attualmente in eccessivo sfruttamento per il 50% circa delle risorse rinnovabili avendo inoltre ridotto del 28% la biodiversità globale da trent'anni a questa parte e avendo distrutto oltre tredici milioni di ettari di foreste vergini nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010: la sesta estinzione di massa della storia della Terra.
Proprio nel 2009, fu Thomas Friedman, editorialista del New York Times a sollecitarci chiedendosi “se la crisi del 2008 rappresentasse qualcosa di molto più radicale di una profonda depressione" e "se ci stesse dicendo che l’intero modello […] è semplicemente insostenibile economicamente ed ecologicamente e che il 2008 è stato quando abbiamo sbattuto contro il muro, quando Madre Natura e il mercato hanno entrambi detto: “basta così”?”
Viviamo quindi in un Mondo avendo sfruttato in un secolo più energia e materia di quanto fatto nel resto della presenza dell’uomo sulla Terra messa assieme. In particolare nelle città, che saranno sempre più al centro della vita dell’uomo in tutto il Pianeta e che necessitano di avere una visione olistica dei loro consumi: fare un passo indietro, tornando a logiche antiche, per fare due passi in avanti e studiare la richiesta di energia e risorse, sempre più in via di esaurimento.

Giovanni Litt– IUAV Planning & Climate Change

1 È una associazione non governativa composta da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato che studia e riflette sui principali problemi dell’umanità. Viene fondata nel 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei insieme allo scienziato scozzese Alexander King, e ad altri premi Nobel, politici e intellettuali. www.clubofrome.org

2 Club di Roma, I limiti dello sviluppo, Roma, 1972

3 www.overshootday.org

4 WWF, Living Planet Report 2014: Specie e spazi, gente e luoghi, 2014

5 Casiraghi M., 2018

6 Friedman T. L., Advice From Grandma, 21.11.2009, New York Times

^ SUSSIDIARIETA': COLLABORAZIONE, CURA DEL BENE COMUNE, SOLIDARIETA'

SUSSIDIARIETA'

In anni recenti, i concetti di sussidiarietà, corresponsabilità e partecipazione sono diventati centrali nel dibattito e nelle pratiche di pianificazione territoriale e rigenerazione urbana.
La sussidiarietà, nella sua accezione verticale, privilegia i livelli istituzionali prossimi al cittadino. In quest'ottica è stata riconosciuta dal Trattato di Maastricht del 1992 come principio fondamentale dell'Unione Europea per la regolazione dei rapporti tra Unione e Stati membri e elevata in Italia a rango costituzionale con la riforma del Titolo V del 2001, grazie alla quale ne sono state esplicitate la dimensione verticale e quella orizzontale.
Proprio con la riscrittura dell'art. 118 della Costituzione si è aperta una nuova prospettiva di collaborazione paritaria tra istituzioni e cittadini, legittimati ad intraprendere autonome iniziative per il conseguimento di obiettivi di interesse generale, ponendo le basi per un nuovo modello sociale, economico, istituzionale fondato sulla cooperazione, sulla corresponsabilità e sulla solidarietà.
Autonoma iniziativa, dunque, ma anche responsabilità condivisa tra Stato e membri della comunità nel perseguimento del benessere collettivo e nella soddisfazione di comuni bisogni, integrando reciprocamente la propria azione: in quest’ottica si innestano riflessioni e pratiche legate alla cura e alla gestione di beni comuni da parte di cittadini e di loro aggregazioni volontarie locali.
Parchi, aree verdi urbane, piazze, strade, edifici pubblici: attorno a questi e ad altri luoghi di interesse collettivo si stanno attualmente sviluppando, in Italia e nel mondo, significative esperienze di mobilitazione civica, molte delle quali con caratteristiche di aggregazione e innovazione in grado di contribuire ad interventi di rigenerazione sociale e spaziale a livello locale.

La sussidiarietà, la corresponsabilità, l’attivismo civico prendono sempre avvio dall’azione volontaria dei cittadini. Compito dell’amministrazione pubblica è quello di promuovere e agevolare questi processi, facendo in modo di ampliare la partecipazione e la collaborazione dei singoli a partire dalle fasi di elaborazione e decisione in materia di politiche pubbliche locali. Ciò determina la necessità di una ridefinizione del ruolo e del funzionamento della pubblica amministrazione alla luce del riconoscimento dei diritti, delle competenze e delle capacità delle organizzazioni civiche.

Giorgia Businaro – Progetto LUCI

^ TEMPO: LO SCORRERE DEL TEMPO, I TEMPI DELLA NATURA CON LO SCIOGLIMENTO DI A68, I TEMPI DEL PROGRESSO CON GLI EDIFICI DI TIMES SQUARE

TEMPO

Il tempo del moderno è sempre stato un tempo orientato verso un progresso inevitabile. La retorica della modernità ritiene di dominare il tempo come un accessorio addomesticabile alle sorti della scienza e del commercio. Il tempo pacificato della fine del Secolo Breve, della Fine della Storia, irrompe invece a partire dal 2001 e dal 2008 con le grandi crisi del terrorismo e del crollo dell’economia globalizzata. Da allora è sempre più evidente che il tempo del progetto era quello descritto dai climatologi e dai movimenti ambientalisti, a lungo tacciati di pessimismo insostanziale: il cambiamento inevitabile e radicale. Il tempo nella pianificazione dei nostri sistemi umani no può che essere un tempo aperto, inafferrabile. Fare i conti con il cambiamento climatico, con la pandemia, con i conflitti sociali, significa aver in mano un progetto di territorio aperto ad un ritmo della storia che non possiamo cogliere nella fase di progettazione. Il tempo scorre inesorabilmente oltre il prevedibile, ma non per questo dobbiamo rinunciare alla pianificazione. Al contrario, è necessaria una pianificazione aperta ad un tempo che non coglieremo mai. È necessario progettare territori adatti al cambiamento, all’evoluzione, naturali e non moderni nel loro essere elastici e reinterpretabili. Avere una categoria del tempo come elemento fuggevole, inafferrabile, significa pensare lo spazio come un divenire, in cui c’è lo spazio per la trasformazione ed il riuso. La prima lezione del Covid è stata che i recentissimi appartamenti senza cucina delle zone più cool delle metropoli contemporanee erano trappole asfittiche per chi le viveva. Allo stesso modo, il sistema di contingentazione della città, priva di luoghi malleabili in cui insediare nuovi servizi, ha fallito il proprio senso. La chiusura dei coworking e dei parchi ha condannato gli abitanti ad una totale reclusione incapace di evolvere. Abbiamo passato due decenni a rivedere il tempo del progetto come tempo della cronaca, inseguendo prima le migrazioni causate dalle guerre in medio-oriente, poi la crisi dei mutui, le catastrofi locali dettate dal cambiamento climatico ed ora il covid. La vera rivoluzione necessaria è invece la consapevolezza che Tempus Fugit, che serve un progetto di città e di territorio aperti. Serve un piano che anticipa la storia e non rincorre la cronaca. È necessario ridefinire un orizzonte di progresso che si libera dal tempo e pensa in maniera anti-moderna le soluzioni come campo di possibilità e non come risposta tematica ad uno stimolo.

Mattia Bertin
Javier Ruiz Sanchez
Università IUAV di Venezia

^ URBANISMO TATTICO: PIAZZA LORETO A MILANO, PIAZZA APERTA NEL QUARTIERE DI NoLo A MILANO, SUPERKILEN COPENHAGEN

URBANISMO TATTICO

L’Urbanistica tattica - dall’inglese Tactical urbansim – è una disciplina che nasce dall’esigenza di modificare gli spazi urbani per rispondere ad esigenze sociali e di comunità a cui la pianificazione istituzionale non sempre è capace di rispondere con prontezza.
L’Urbanistica tattica trova un primo spunto nelle opere degli anni ’50-70 del Movimento Situazionista e in particolare nel libro di Henri Lefebvre Il diritto alla città il quale, contro l’approccio deterministico della pianificazione urbana tradizionale, rivendicava un ruolo centrale e proattivo dei cittadini nel dare forma all’ambiente urbano. L’aggettivo “tattica” fa riferimento allo scritto del sociologo francese Michel De Certeau nel libro L’invenzione del quotidiano che la definisce come “arte del debole che opera nello spazio altrui per tirarne fuori le potenzialità”.
E nella sua applicazione pratica sta dimostrando come sia una risposta capace di attivare, con soluzioni anche semplici e a basso costo processi di rigenerazione urbana a basso costo ed elevato contenuto sociale.
I cardini dell’Urbanistica tattica sono:
provvisorietà delle realizzazioni: grazie a materiali semplici utilizzati, strutture reversibili, temporaneità degli interventi, ma considerando questa parte estetica come il mezzo, non il fine;
coinvolgimento degli attori sia in processi informali che in oppure che in percorsi di partecipazione civica sostenuti o organizzati da istituzione;
economicità delle opere, siano esse fatte con fondi in autofinanziamento, crowd-funding, che con contributi pubblici per “fare di più con poco”.
L’urbanistica tattica è quindi un nome nuovo per pratiche ampiamente sperimentate che partano dal basso per migliorare gli spazi pubblici e renderli più utili e piacevoli per chi li usa: il negoziante che si riappropria dello spazio davanti al suo negozio, gli studenti che possono vivere l’area davanti alle proprie scuole, i cittadini che possono godere di spazi che prima erano parcheggi e ora sono luoghi di comunità.
L’Urbanistica tattica ci spinge dunque a re-immaginare una città per le persone, le vie per bici e bambini che possono percorrerle in tranquillità, lo spazio riequilibrato tra quello destinato alle auto e quello per i pedoni, restituendo agli abitanti spazio per leggere, chiacchierare, lavorare o bere qualcosa con soluzioni creative per far sì che le persone possano vivere meglio gli spazi della città.

Giovanni Litt - IUAV Planning and Climate Change

^ VULNERABILITA': UNA FRANA, UN ALLAGAMENTO, LA DIGA DEL VAJONT

VULNERABILITA'

Il termine vulnerabilità, negli ultimi anni, è stato utilizzato da numerosi scienziati nel tentativo di descrivere il point break in diversi ambiti disciplinari. Il significato più comune fa riferimento alla propensione di un sistema a subire danni a causa di una minaccia. Oggi il termine, usato in molti ambiti disciplinari, è stato equiparato a concetti come resilienza, suscettibilità, fragilità e rischio. Le definizioni associate variano in modo così ampio da aver reso il concetto ambiguo, privandolo di un significato definito.
Di recente il termine vulnerabilità è stato associato agli ambiti del cambiamento climatico con molta frequenza, e identifica la propensione di un territorio a subire danni conseguenti ad un possibile impatto climatico. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si avvale del termine vulnerabilità per valutare i territori sulla base della propensione a subire danni durante gli eventi climatici estremi. Al concetto di vulnerabilità, nel rapporto IPCC del 2012 è stato accostato il termine "adattamento", mediante il quale i processi di Governo del Territorio possono definire tecniche e strategie per ridurre la propensione di un territorio a subire danni durante un impatto climatico, ossia ridurne la vulnerabilità.
Per adattare le città e i territori al clima, quindi, è fondamentale prima valutarne la vulnerabilità, ossia definire gli ambiti territoriali meno resilienti, al fine di creare geografie di priorità di intervento. Le mappe di vulnerabilità divengono perciò necessarie per programmare processi di adattamento. Il processo di spazializzazione della vulnerabilità permette di concentrarsi sulle aree caratterizzate da urgenza e modificare (adattare) il territorio rispettando la vocazionalità di ogni area. Adattare un territorio al cambiamento climatico diviene occasione per riqualificare e rigenerare gli spazi urbani, ripensando forme, servizi e relazioni. L’efficienza di tali processi è fortemente relazionata ad una buona valutazione di vulnerabilità territoriale rispetto le possibili implicazioni climatiche.

Denis Maragno

^ ZERO EMISSIONI: SLOGAN CONTRO LE EMISSIONI DI CO2, FABBRICHE IN GERMANIA, MEZZO ELETTRICO

ZERO EMISSIONI

Emissioni zero è uno slogan ormai entrato nel lessico comune per indicare un prodotto, un servizio, un evento o una organizzazione le cui emissioni di CO2 e di gas serra sono pari a zero: in questo modo non contribuisce quindi al riscaldamento climatico globale.
Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l'assorbimento di carbonio. Quando si rimuove anidride carbonica dall'atmosfera si parla di sequestro o immobilizzazione del carbonio. Per raggiungere tale obiettivo, l'emissione dei gas serra dovrà essere controbilanciata dall'assorbimento delle equivalenti emissioni.
Per assorbire tali emissioni vengono considerati come pozzi di assorbimento quei sistemi in grado di stoccare maggiori quantità di carbonio rispetto a quelle che emettono. I principali pozzi di assorbimento naturali sono rappresentati dal suolo, dalle foreste, e dagli oceani. Secondo le stime, i pozzi naturali rimuovono tra i 9.5 e gli 11 Gt di CO2 all'anno. Nel 2019, le emissioni globali di CO2 hanno superato di più di tre volte (38.0 Gt) la capacità totale di assorbimento dei pozzi naturali. Ad oggi, purtroppo, nessun pozzo di assorbimento artificiale è in grado di rimuovere la essenziale quantità di carbonio dall'atmosfera necessaria a combattere il riscaldamento globale.
Un altro modo per ridurre le emissioni e raggiungere la neutralità carbonica consiste nel compensare le emissioni prodotte in un settore riducendole in un altro. Questo può essere fatto riferendosi a tecnologie e fonti energetiche rinnovabili capaci di generare energia senza l’utilizzo delle inquinanti fonti fossili. Oppure intraprendendo percorsi di "carbon assessment" (quantificazione delle emissioni di CO2 e dei gas serra) e di "carbon management" (cioè di riduzione e poi di compensazione di CO2 e dei gas serra) realizzati per aumentare la compatibilità ambientale di un prodotto, di un processo, di un evento, o di un servizio (come per esempio la mobilità individuale o collettiva).

Filippo Magni - IUAV Planning and Climate Change